la Sfida sulle Terre rare che Oppone Cina e America
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L’ha annunciata ieri Barack Obama dal podio delle grandi occasioni, il Giardino delle Rose della Casa Bianca: gli Stati Uniti (con l’Unione Europea e il Giappone a ruota) fanno causa alla Cina davanti al «tribunale» dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per le restrizioni imposte da Pechino all’export delle cosiddette terre rare, quei 17 metalli usati nella fabbricazione di prodotti tecnologici: dagli smartphone alle bombe intelligenti, dagli schermi piatti ai pannelli solari. I cinesi, che controllano il 95% della produzione mondiale, impongono un sistema di quote (30 mila tonnellate per il 2012) sostenendo che queste restrizioni sono necessarie per limitare i danni all’ambiente e far fronte alla domanda interna. Per americani, europei e giapponesi questo si chiama protezionismo: Obama accusa la Cina di «aggirare le regole che si è impegnata a rispettare» entrando nella Wto nel 2001. Le terre rare costano molto alle imprese straniere e meno a quelle cinesi. La battaglia dello scandio comincia con una «richiesta di consultazioni» in seno alla Wto. Pechino ha già risposto picche per bocca del ministro dell’Industria Miao Wei: «Noi rispettiamo le regole, ci difenderemo attivamente». La causa legale si aprirà tra 60 giorni. Pechino rischia sanzioni. Obama rischia la presidenza: il rivale repubblicano Romney lo accusa di essersi fatto «passare sopra la testa» dai cinesi in ogni occasione. Barack vuol farsi sentire da Pechino, ma anche dagli elettori americani. Quanto poi al problema di fondo, il gap della bilancia dei pagamenti Usa-Cina (in rosso per 300 miliardi di dollari l’anno scorso), il disprosio, l’europio e gli altri metalli non c’entrano affatto.
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