La strage e gli altri killer. Le follie solitarie dei malati di odio

by Sergio Segio | 20 Marzo 2012 13:54

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Mentre preparava la sua strage, Anders Breivik scrisse sul suo diario: «Chissà  che faccia faranno quando mi vedranno vestito da poliziotto». Nessun senso di colpa. Ma nemmeno la consapevolezza del proprio odio. Sembrano solo uomini nati per uccidere. In meno di un anno, dal luglio del 2011 a ieri mattina, l’Europa è stata marchiata da una serie di stragi sparse lungo la sua longitudine, dalla Norvegia all’Italia, passando per la Francia, sempre con le stesse caratteristiche: l’azione di un uomo solo – un folle – che colpisce e uccide per motivi ideologici e razziali. Un filo comune lega Andreas Behring Breivik, Gianluca Casseri e l’assassino di Tolosa, e prima di loro il cecchino di Malmoe e Hans Van Themsche ad Anversa che sparavano per uccidere gli stranieri, ma è un segno che viene da più lontano, forse anche questa volta dall’America, dalla solitudine psicotica dell’isolamento, da quel senso di vuoto e di morte che esplode sempre nei medesimi simboli e cifrari, in un giorno di ordinaria follia, evocandone quasi il film, quando Michael Douglas sembra impazzire immerso nella moltitudine del traffico, come un bimbo crudele che si ribella improvvisamente alle regole degli adulti. Non è un caso che Breivik passava il suo tempo libero ogni volta da solo, guardando affascinato le serie tv di True Blood e The Shield, e senza mai perdersi una puntata del festival musicale di Eurovision. Gianluca Casseri, che sparò a dei senegalesi a Firenze, invece, cercava di scrivere romanzi esoterici, amando soprattutto la fantascienza e i fumetti di Tex Willer e Tin Tin.
Negli ultimi anni si potrebbe far cominciare questa serie di follie solitarie da Eric Rudolph, un ragazzone nato a Merritt Island, Florida, rimasto orfano a 15 anni, feroce antisemita, figlio di una madre che frequentava movimenti di sopravvissuti alla fine del mondo, arruolato nell’esercito e poi espulso perché beccato a fumare marijuana. Rudolph era diventato un cristiano oltranzista, antigay e antiabortista, e tra il 1996 e il 1998 compì una serie di attentati che fecero 3 morti e 150 feriti: mise una bomba in un parco durante le Olimpiadi di Atlanta, e organizzò attacchi dinamitardi contro medici abortisti e locali frequentati da omosessuali. Fu catturato nel 2003, mentre rovistava in un cassonetto della spazzatura. Secondo l’Fbi aveva ricevuto molti aiuti. Rudolph segnò una pista per tutti quelli che sarebbero venuti dopo. Si comportano tutti come se fossero dei militari in azioni di guerra. Ma il più delle volte lasciano tracce evidenti della propria follia, prima di ogni strage, «comportamenti scritti affidati a Internet, o reazioni spropositate», come scrive Guido Olimpio su Gnosis, rivista di Intelligence: da Jared Loughner, Arizona, che aveva cercato una strage durante un comizio, a Timothy Mcveigh, di Oklahoma City, che aveva lanciato un veicolo contro un palazzo federale, fino a Seung Hui Cho, lo sterminatore di Virginia Tech, tutti in un modo o nell’altro hanno quasi sempre annunciato quello che stava per succedere. Timothy Mcveigh aveva addirittura usato lo stesso metodo raccontato nel suo romanzo preferito, «I diari di Turner», scritto da William Luther Pierce, per spiegare la lotta di un estremista razzista contro lo Stato americano. Ela stessa cosa fa Breivik, nella prima delle sue operazioni – come le chiama lui -, la bomba nel centro diOslo, 7 vittime. Alle altre 90 sparerà  sull’isola di Utoya, travestito da poliziotto: tutti ragazzi inermi e disarmati. Breivik, «crociato cristiano», sembra rifarsi anche all’altra bibbia di questi folli assassini, «The Global Islamic Resistance Call», un enciclopedia di 1600 pagine scritta da Abu Musab al Suri, un siriano collaboratore di Bin Laden, che ha teorizzato «l’azione del singolo, dettando regole, comportamenti e tattiche, per motivare e attivare un individuo affinché organizzi un attacco al di fuori di qualsiasi catena di comando». Nella follia della guerra razziale, l’ideologia è trasversale.
Per questo possono rientrare fra i precedenti, sia le stragi dei college americani sia l’incubo vissuto da Washington per tre settimane nel 2002, quando un micidiale cecchino, John Allen Muhammad, sparava sulla gente inerme dall’interno di una vettura modificata e con l’aiuto di un ragazzo minorenne. Lui negò di averlo fatto per la Jihad. Disse che era una vendetta perché gli avevano tolto l’affidamento dei figli. Ma quando li prendono vivi, molti mentono. Seung Hui Cho che fece 32 morti a Virginia Tech aveva lasciato un po’ di videomessaggi, per spiegare il suo odio: «Avete tutto quello che volevate. Le vostre dissolutezze non erano abbastanza». Hui Cho, una volta aveva tentato di dar fuoco al dormitorio. Fino a quel momento era sempre stato soltanto una vittima di abusi e bullismo. Perché al di là  delle ideologie razziali e classiste, l’odio nasce quasi sempre, per tutti, da una sconfitta individuale. Così non bisogna nemmeno stupirsi troppo se il feroce antisemita Eric Rudolph in tribunale s’è fatto difendere da Richard S. Jaffe. Un avvocato ebreo.

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