LA STRATEGIA DEL RANCORE

Dissenso, conflitto, antagonismo, violenza, lotta armata: per comprendere la realtà  bisogna anzitutto distinguere fenomeni assai diversi tra loro. Il dissenso e il conflitto sono il sale della democrazia, la violenza e la lotta armata ne sono l’esatta negazione, mentre l’antagonismo è un’ambigua terra di confine che le istituzioni (governo e forze dell’ordine) e la politica (partiti e movimenti) hanno il dovere di non ignorare, né di sottovalutare per evitare il rischio di ulteriori e più pericolose radicalizzazioni. Non è facile, ma è proprio lungo quello scivoloso crinale che si misura da sempre la qualità  di una democrazia.
L’errore peggiore è fare di ogni erba un fascio utilizzando in modo indiscriminato la categoria “monstre” di terrorismo. Chi lo commette spesso evoca gli anni Settanta nel tentativo di riattivare i meccanismi di una microstrategia della tensione alimentando il circuito provocazione/repressione/resistenza. Purtroppo, per una certa destra nostrana si tratta di un riflesso istintivo, lo scatto di una tagliola ideologica che si direbbe sallustiana (e il riferimento non è all’insigne storico latino…). E così, sulle pagine de il Giornale, il contadino No Tav Luca Abbà , nelle ore in cui sta lottando per la vita, è definito un “cretinetti” ed equiparato all’editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli, dilaniato da una bomba nel 1972, mentre voleva far saltare un traliccio per boicottare il congresso del Pci (quest’ultimo dato è omesso non essendo funzionale al disegno disinformativo). I due uomini in comune hanno soltanto un traliccio, ma tanto basta per sfoderare la similitudine allusiva e rancorosa, che serve a soffiare sul fuoco dello scontro.
In realtà , tra l’Italia attuale e quella degli anni Settanta le differenze prevalgono sulle analogie. I parallelismi sono essenzialmente due: il primo riguarda una crisi economica bruciante, ieri di carattere energetico, oggi di segno finanziario. Il secondo concerne il funzionamento del sistema politico in quanto sia negli anni Settanta, con Aldo Moro e la solidarietà  nazionale, sia oggi, con Mario Monti e il governo dei tecnici, è in corso un processo di accentramento del quadro generale per rispondere a una situazione di emergenza. Negli anni Settanta gli esiti di quest’azione furono drammatici perché la reazione a essa produsse un lungo ciclo di violenza extra-parlamentare, di stragismo neofascista e di terrorismo rosso che favorirono una soluzione moderata della crisi. 
Le differenze toccano anzitutto la politica che allora era robusta e innervata come le ideologie che la sostenevano lungo l’asse anticomunismo/antifascismo. Inoltre, vi era un quadro di attivismo operaio, studentesco e femminile che si confrontava con eventi sociali e culturali epocali come l’immigrazione interna, la diffusione dell’università  di massa, la rivoluzione nel mondo dei consumi e dei costumi. Infine, oggi manca la dimensione internazionale della Guerra fredda che allora favorì l’esplosione e il radicamento destabilizzante di quegli avvenimenti.
Per queste ragioni la violenza diffusa, lo stragismo e la lotta armata degli anni Settanta costituiscono un evento difficilmente ripetibile. Ciò non significa che quanto sta avvenendo debba essere sminuito poiché la crisi di rappresentanza della politica e la sua continua svalutazione, così come la riluttanza di questo governo a “metterci la faccia” laddove ci sono problemi di ordine sociale denunciano l’ampiezza di un deserto che purtroppo non promette nulla di buono.


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