La tela di Penelope delle liberalizzazioni

Era partito benino e poi a furia di emendamenti ispirati dalle lobby e inserimenti di norme dirigiste inventate da deputati di scarsa conoscenza delle regole dell’economia ne è uscito un po’ malconcio.Una parte era rimasta più o meno intonsa: quella sulla liberalizzazione delle attività  economiche con conseguente facoltà  degli esercizi commerciali di tenere aperti i battenti a qualsiasi orario. Anzi, ad essere precisi, dopo la modifica apportata dal decreto Salva Italia, la legge in vigore recita che le attività  commerciali sono svolte “senza i seguenti limiti e prescrizioni: il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio”. Più chiaro di così…
Eppure, in nome dell’autonomia regionale, del sacro diritto al riposo o della famiglia, l’inchiostro non aveva ancora finito di asciugarsi sul testo del decreto che già  era partito il fuoco di sbarramento delle associazioni dei commercianti, di vari enti locali e di alti prelati.
Le Regioni e i Comuni, indifferentemente di destra o di sinistra, hanno cominciato a legiferare in senso restrittivo, ponendo paletti e limiti di apertura sia nel numero di ore che di domeniche, sbandierando l’illegittimità  costituzionale della norma in quanto, a loro dire, la competenza legislativa sul commercio non è statale ma loro. Fortunatamente, per ora i giudici amministrativi dei Tar hanno dato ragione a chi si è opposto a tale impostazione (la grande distribuzione) perché, a prima vista, il Parlamento nazionale ha emanato disposizioni di diritto della concorrenza in attuazione di principi comunitari, settore senza dubbio nelle mani dello Stato. Dalla Toscana al Veneto, da Padova a Milano, finora nessuno ha avuto successo nelle sue manovre ostruzionistiche.
Quali sono gli argomenti di chi non vuol lasciar decidere ai commercianti l’orario di apertura dei propri negozi?
I sindacati dei commercianti (che come quelli dei lavoratori e delle imprese o dei professionisti si arrogano a torto la pretesa di parlare per tutti loro) paventano una strage di piccoli esercizi a favore della grande distribuzione con “città  deserte e colonne di macchine che si dirigono verso i centri commerciali”. Infatti, ad esempio secondo l’assessore regionale veneto «i commercianti hanno bisogno di garanzie, ordine e disciplina», e alla fine rimarrebbero aperti solo «i negozi stranieri che vendono un po’ di tutto» e questo creerebbe problemi «di ordine pubblico». Diavoli di immigranti… Altri invocano un “diritto al riposo”. Infine, c’è chi è soprattutto preoccupato dal valore sacrale del riposo e dalla necessità  che padre, madre e figlio facciano festa insieme.
Vediamo di capirci qualcosa.
Gli argomenti teorici sono tutti a favore della liberalizzazione.
Prendiamola dal punto di vista dei consumatori: è ovvio che avere la possibilità  di uscire a qualsiasi ora ed ogni giorno della settimana per fare la spesa è una gran comodità  per chiunque, così come succede in molti Paesi evoluti. La risorsa tempo è un bene prezioso: non solo ognuno può programmare la sua giornata nel modo che gli è più congeniale, ma l’uso efficiente del tempo genera anche un ritorno economico.
Inoltre, la concorrenza può produrre maggiore scelta e minori prezzi: liberalizzare gli orari aumenta l’offerta e quindi la competizione tra operatori. Peraltro, avere la libertà  di andare a fare la spesa chi avvantaggia, i ricchi? No, la disponibilità  di tempo, denaro e servitù rimedia qualsiasi inconveniente. Sono le coppie giovani dove i componenti entrambi lavorano e magari devono accompagnare i bambini a scuola, i giovani single che fanno orari impossibili nella metropoli, gli anziani che si sono dimenticati qualcosa a beneficiare della flessibilità . 
Non sarà  un caso che nelle rilevazioni demoscopiche l’80% degli italiani reputino positiva una liberalizzazione degli orari (fonte: Ipsos): l’80%! E nel sondaggio Cermes-Bocconi alla specifica domanda il 76,2% si è dichiarato d’accordo che i negozi aperti la domenica sono un servizio per i cittadini e la percentuale di chi va in centro città  la domenica molto spesso o qualche volta si accresce significativamente quando si possono fare acquisti.
Dal punto di vista dell’offerta, l’attività  economica aumenterebbe per tutti, botteghe e grandi magazzini. Sempre il centro Cermes –Bocconi stima in quasi 4 miliardi in più all’anno il contributo che l’apertura liberalizzata porterebbe all’economia italiana, lo 0,25% in più di Pil (giova ricordare che nel 2011 l’Italia è cresciuta solo dello 0,2% e quest’anno avremo una recessione).
Gli studi effettuati in Gran Bretagna per il Department of Trade, d’altronde, mostrano effetti benefici della deregolamentazione delle shopping hours sull’occupazione, il tasso d’inflazione, il Pil, minor congestione del traffico (Williamson 206).
Gli esercizi più piccoli avranno l’opportunità  di rendersi più efficienti attraverso forme di cooperazione sugli acquisti e lo sviluppo di mercati di nicchia. Una chance per non scomparire lentamente come comunque succederebbe senza innovazione.
Quanto all’aspetto religioso della vicenda, poliziotti, infermieri, tramvieri, medici, ristoratori e gli altri milioni di persone che lavorano anche di domenica non dimostrano di essere meno attaccati alla famiglia o religiosi di altri. D’altronde, nel Paese ove la deregolamentazione è più sviluppata, gli Stati Uniti, la gente va in chiesa. Al contrario, nella ingessata Francia non mi sembra che la Chiesa stia facendo un gran proselitismo.
Il diritto al riposo, invocato dal sindaco di Milano Pisapia, non è messo in discussione: l’apertura per più ore è interamente volontaria e i contratti di lavoro rimangono in vigore. È dispiaciuto, perciò, sentire da una persona che fa della ragionevolezza e mitezza i suoi punti forti espressioni che paragonavano la liberalizzazione ad una legge ingiusta ed antidemocratica (o contro lo Stato democratico). Addirittura! Una norma approvata dal Parlamento, che amplia la libertà  di scelta soprattutto per i meno abbienti e con il sostegno della popolazione diventa dunque antidemocratica per coloro i quali non la gradiscono. Ad un certo punto, a fronte delle immaginifiche elucubrazioni di Nichi Vendola, è apparso uno spiritoso sfottò che iniziava con la frase del governatore pugliese e finiva con “Niki, ma che stai a dì?”. A udire quel che si è udito verrebbe voglia di chiedere “Giuliano, ma che stai a dì?”.
adenicolaadamsmith.it


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