L’allievo dei Taliban nato nella banlieue “È un duro, addestrato per uccidere”

TOLOSA – L’aveva giurato che avrebbe venduto cara la testa. Era l’ultima sfida, la tappa finale della guerra. L’ha lanciata quando ha capito che quelli là  fuori, i “nemici”, anche loro incappucciati e vestiti di nero, lo volevano vivo. Braccato come un cane, sotto gli occhi del mondo, forse l’ex carrozziere Mohamed Merah detto «l’afgano» doveva rifarsi dalla banalità  degli errori commessi, che smacco per un sedicente qaedista. Uno che si costruisce la fama di cecchino metropolitano (quasi) perfetto; uno che abbatte sette persone in nove giorni e spara a una bambina dopo averle afferrato la testa; uno che intanto “sporca” il computer e come un centauro della domenica va dal concessionario per chiedere come si smonta il satellitare dello scooter. Uno che infine dice «mi dispiace di non avere potuto uccidere di più».

«Lo conosco da quando era bambino, è un duro, non si arrenderà  facilmente, vedrete…».

Quanto ha ragione Karim – dice di chiamarsi così. Ha 27 anni, quattro in più di Merah, è cresciuto anche lui a Les Izards, la banlieue a nord-est di Tolosa dove un giovane algerino «calmo» e «rispettato», terzo di cinque fratelli, amico dei pusher nordafricani senza diventare spacciatore, qualche furtarello, decide che la sua vita ha più senso se è quella di un terrorista spietato. Svelto ma non invulnerabile, nemmeno furbissimo, esperto nell’uso delle armi e tecnologico come i jihadisti di ultima generazione: uno che si fa filmare dagli amici mentre si diverte in Bmw su un campo sterrato e due anni dopo fa precipitare nel terrore la sua città  e tutta la Francia. Uno che si è inventato, che si è appiccicato addosso il fanatismo. «Terrorista di Al Qaeda? Di lui proprio non l’avrei mai detto – si stupisce Karim, che nelle ultime ore é stato sentito dai poliziotti dell’antiterrorismo – piuttosto del fratello, lui sì…». E invece Mohamed Merah studiava. No, non più il corso di formazione professionale che a 16 anni lo aveva portato a lavorare per 48 mesi in una carrozzeria. Troppo banale, non è roba per chi – nel segreto delle aspirazioni che lievitano con la follia – era attratto dai video degli attentati degli integralisti islamici. «Sono un mujaheddin», ha raccontato al telefono l’altra notte al giornalista di France 24, mentre in Rue de Sergent Vigné gli agenti delle forze speciali preparavano il blitz. «O mi ascoltano, oppure vado incontro alla morte con il sorriso». Nel minestrone del suo fanatismo autarchico il Bin Laden di Tolosa ha ficcato dentro un po’ di tutto: i bambini palestinesi da vendicare, la politica estera francese, l’esercito, la polizia. Sta di fatto che tra il 2009 e il 2010 la distanza tra Merah e i gruppi jihadisti e salafiti si accorcia: il killer dei paracadutisti, il macellaio dei bambini della scuola ebraica finisce nel laboratorio dell’odio, la regione tra Pakistan e Afghanistan dove vengono addestrate le leve del terrorismo islamico. «Mi hanno chiesto di fare un attentato suicida all’estero ma non ho accettato, poi mi hanno affidato questa spedizione in Francia» – butta lì ai poliziotti che trattano la resa. Ricorda Karim: «A Les Izards pregavano insieme, coi suoi fratellie altri amici. Poi Mohamed si è trasferito qui, nel Coté Pavé, e io anche». Il quartiere, tranquilloe residenziale,è il cavallo di Troia di Merah. Il collegio privato frequentato dai figli della borghesia ebraica è a 3 chilometri da casa. Perfetto per fare una strage e rintanarsi nel bilocale a piano terra al civico 17 di Sergent Vigné.

Ideale per muovere in direzione degli altri obiettivi, i paracadutisti «assassini». Fa niente se la caserma Perignon, è a cinque minuti a piedi dal palazzo grigio e beige dove il killer si è arroccato. Forse, nella sua ottica, è persino meglio.

Ma torniamo alla formazione del terrorista. «Mi avevano detto che era andato in Algeria, il suo Paese, e invece, scopro adesso, era in Afghanistan a addestrarsi» – racconta l’amico di infanzia. Il nuovo tempo di Merah è un percorso a ostacoli: piccole tacche che il futuro cacciatore di bambini si appunta sulla sua divisa da terrorista in erba. Tenta di entrare nella Legione straniera, ma viene respinto. Gira la notizia che nel 2008 il tribunale di Kandahar lo accusa di avere piazzato delle bombe in città . Che evade dalla prigione con dei Taliban. È un caso di omonimia. Merah è più “avanti”.

Sa sparare. Imbraccia fucili automatici e mitragliette, usa la pistola come una piuma. Si procura armi e esplosivo, ed è talmente sicuro da tenere in casa un mezzo arsenale. Però non ha fretta. Rientra a Tolosa e si fidanza con una ragazza che gli chiede di mettere su famiglia. Mohamed preferisce stare da solo nel covo del Coté Pavé, ogni tanto va a aiutare la madre che vive a Le Miraille, altra banlieue. Forse sta già  prendendo la mira, le vittime vanno studiate, l’ha imparato. Vive sul filo: niente di grosso, qualche furto come nel 2005, l’ultimo a una signora che aspetta fuori da una banca. A febbraio lo fermano mentre guida la macchina senza patente: un mese di carcere, condanna da trasformare in pena pecuniaria.I paracadutisti stanno per cadere.I bambini aspettano la morte fuori da scuola. «Era un ragazzo pulito, gentile e educato», dice con ammirevole coraggio Marie Christine à‰telin, il suo avvocato. Lui: «Peccato, volevo uccidere di più».


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