Lavoro domenicale e più Welfare Scambio utile in Tempi di Recessione

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Slogan: «la domenica non ha prezzo». 
Gli addetti del commercio non sono i primi a lavorare di domenica, da tempo immemore altre categorie già  assicurano il turno dei giorni di festa in servizi come trasporti, telefoni, giornali e via di questo passo. Da sempre questi lavoratori hanno negoziato il sacrificio richiesto con maggiorazioni salariali e riposi compensativi. Qual è dunque la novità ? Nel commercio è diversa la composizione della forza lavoro, le donne impiegate nei supermercati sono un numero molto maggiore di quelle che lavorano nei trasporti. I sindacati sostengono, non senza ragione, che l’obbligo di lavorare la domenica altera un corretto profilo familiare, rende impossibile celebrare la festa insieme e quindi penalizza la coesione genitori-figli. Accanto a questa considerazione, in casa Cgil ha guadagnato campo anche un’elaborazione critica nei confronti delle liberalizzazioni del commercio giudicate inutili. Si sostiene che l’offerta è già  ricca e non c’è bisogno di prolungare le aperture alla domenica. Si aggiunge che un allungamento degli orari porta sulla strada di un consumismo esasperato e di una «società  dello spreco». 
Ma hanno senso questi discorsi in una stagione di recessione? E accanto alla giusta difesa dei modelli familiari di coesione perché Cgil-Cisl-Uil non sviluppano una nuova cultura della contrattazione? La strada sarebbe tutto sommato semplice e potrebbe passare attraverso uno scambio tra le domeniche lavorative e il welfare aziendale. In molte aziende italiane si sono raggiunti accordi che in qualche maniera estendono tutele e bonus ai figli dei dipendenti. Perché non legarli alle liberalizzazioni? Anche la fantasia, oltre alla domenica, non ha prezzo.


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