Le promesse Fiat a Monti

C’è una sola Fiat che fa tappa a Palazzo Chigi, quella delle promesse. E’ la stessa Fiat che oggi ferma il lavoro in quattro fabbriche (a Mirafiori c’è soltanto cassa integrazione) per lo sciopero delle bisarche, il sistema di trasporto su gomma delle auto. E’ la Fiat che continua a perdere quota sui mercati europei, perché certo c’è la crisi, ma anche perché il gruppo ha poche novità . E’ la Fiat di Sergio Marchionne e di John Elkann, amministratore delegato e presidente, che nel pomeriggio avranno un faccia a faccia con il presidente del consiglio Mario Monti, il ministro del lavoro Elsa Fornero e il ministro per lo sviluppo Corrado Passera. E’ la stessa Fiat delle promesse da mantenere: produrre 1,4 milioni di auto in Italia entro il 2014 e investire 20 miliardi nel nostro paese. 
Marchionne ha anticipato la settimana scorsa cosa dirà  a Monti, il secondo faccia a faccia dopo un primo incontro a New York: la Fiat rispetterà  gli impegni presi. Solo che, fra una dichiarazione all’altra, ha rilasciato anche una intervista al Corriere della Sera dove ha vincolato questi impegni a una nuova strategia: la sua Fiat dovrà  esportare verso il Nordamerica, altrimenti con la crisi dell’Europa da cui il gruppo italiano dipende per quasi il 50 per cento delle vendite, il gruppo – ha detto Marchionne al Corsera – sarà  costretto a chiudere due delle cinque fabbriche rimaste. La successiva smentita del manager è stata una smentita a se stesso. Ma è difficile che Monti si faccia rovinare l’ottimismo per il prossimo accordo sulla riforma del lavoro – l’incontro finale è fissato per martedì – chiedendo al manager qualcosa su cui non avrebbe risposta.
Tra i due Marchionne, il ministro Fornero ha sentito comunque il dovere di dirsi ieri in senato già  «rassicurata» dai colloqui avuti con i vertici del Lingotto. Di fatto sorpassando Monti e Passera, con un protagonismo già  visto sulla riforma del lavoro che pure le compete più del dossier Fiat: «Non spetta al governo dire alle imprese cosa devono o non devono fare. Non spetta al governo – ha detto il ministro – aiutare le imprese a tirare avanti magari galleggiando. L’incontro tra il premier e i vertici Fiat potrà  chiarire molte cose sulla presenza Fiat in Italia e sul suo futuro».
Monti e Marchionne sono una coppia di fatto. Il primo non ha fatto in tempo a mettere piede a palazzo Chigi che già  elogiava le scelte del manager, dalla rottura con una parte importante del sindacato al’uscita da Confindustria per avere mani più libere. Il secondo non ha mai perso un’occasione per dire che del professore «piace tutto». Probabile che Monti ricordi a Marchionne quel che ogni tanto è costretto a dire ai partiti che lo sostengono loro malgrado o a qualche ministro che va oltre le righe (tipo «paccate», per intenderci): abbassare il tono.
Per il resto, sembra difficile che il premier possa strappare impegni – come chiede la Fiom per bocca di Giorgio Airaudo – sulla non chiusura di fabbriche se la strategia aziendale andasse male, vista l’uscita preventiva del ministro Fornero e il clima di entente cordiale. La Fiat confermerà  anzi che la fabbrica di Atessa, una joint venture con i francesi di Psa appena convolati a nozze con la Gm, continuerà  a lavorare senza problemi fino al 2019. Al contrario dell’altro sito dell’accordo, Sevelnord in Francia, che si fermerà  nel 2017. 
La situazione del gruppo è allarmante. Lo sciopero dei trasportatori ha danneggiato le vendite della Fiat, ma i dati di mercato provenienti dall’Europa indicano un calo continuo delle vendite. In Europa, in febbraio c’è stato un crollo del 9,2%, ma il gruppo Fiat-Chrysler ha fatto peggio: -16,5% e quota giù al 7,2% dal 7,9% dello stesso mese dell’anno scorso. Anche se il gruppo italiano non è il solo a cadere, con i mercati tutti in segno meno a eccezione della Germania, rimasta stabile: Renault -23,7%, Psa -16,5%, Gm -13,6%, Ford -7,7%.


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