«I nati in Italia fuori dai Cie»

Ieri, con una sentenza storica, il giudice di pace di Modena ha stabilito che una persona nata in Italia non può essere rinchiusa in un Cie. Andrea e Senad erano stati considerati rei di non aver ottemperato alla richiesta di cittadinanza italiana entro i termini concessi dalla legge, rei, come ha detto ieri il senatore Carlo Giovanardi, di essere pericolosi criminali e ancor oggi dei pregiudicati, rei di non aver pagato abbastanza per quei piccoli furti passati e per altri le cui pendenze sono ancora tutte da verificare. 
Ma forse da ieri, forti per aver sancito col loro essere dei «senza patria», «meno che apolidi», un diritto per chi, come loro, è nato da genitori stranieri poi divenuti irregolari per mille ragioni, i cui figli, magari, sono rinchiusi nei Cie del territorio. Il giudice Giandomenico Cavazzuti ha di fatto stabilito invalidi il trattenimento e il provvedimento di espulsione di Andrea e Senad, affermando un principio che potrà  fare scuola anche in molti casi analoghi.
«Il pronunciamento ha dichiarato illegittimo il provvedimento di espulsione in quanto nati qui, sancendo un precedente importante nel diritto italiano poiché viene stabilito che la legge Bossi Fini non debba essere applicata a chi è nato in Italia o presunti apolidi», ha commentato all’uscita dal Cie di via La Marmora il legale dei due ragazzi, Luca Lugari che aveva sollevato istanza d’incostituzionalità  per il trattenimento «Lo snodo principale è stato dato da un vuoto legislativo e dalla mancata richiesta di cittadinanza al compimento della maggiore età  da parte dei due fratelli. I ragazzi non sono mai stati nel paese d’origine dei genitori e ritengo che non potessero essere riconosciuti dall’ ambasciata poiché privi di qualsiasi documento o passaporto. Ora, procederemo alla loro regolarizzazione chiedendo l’apolidia. Si potrebbe però profilare, entro 30 giorni, un ricorso in Cassazione perché il provvedimento è locale e non definitivo: da questo punto di vista sottolineo che la Corte di giustizia europea per i diritti umani ci ha comunicato di aver avviato un procedimento d’infrazione nei confronti dell’Italia in merito a questo caso». «Quanto alla loro paventata pericolosità  sociale – dice Lugari – il giudice ritiene che se si valuterà  che ci sono altri procedimenti aperti, dovranno essere trattati in tribunale».
Andrea e Senad erano però raggianti all’uscita da quello che hanno definito un posto dove «ci sono molte persone che stanno male e non sanno perché sono rinchiuse o quando se ne andranno» ha commentato Andrea. «Siamo nati a Sassuolo, siamo italiani è strano essere stati messi qui. Dicono che ho commesso reati, ma per quei reati ho già  pagato: allora se è così anche gli italiani che hanno dei precedenti devono stare qui?», si è chiesto Senad rivolgendo la domanda a chi italiano lo è per diritto di sangue e a chi ha lottato per il loro rilascio come Pd, Sel, Cgil, Arci, LasciateCIEntrare, la rete Primo marzo e i molti aderenti alle associazioni del terzo settore che hanno preso posizione sulla vicenda. Ad accoglierli anche la famiglia: il padre, il fratello e la madre. Ed è proprio lei a spiegare i motivi della mancata cittadinanza per i figli: «Sono arrivata in Italia quando ero piccola perché c’era la guerra. Sono cresciuta qui, ma non ho fatto richiesta per essere apolide o per la loro cittadinanza perché avevamo il permesso: mio marito lavorava ma poi ha avuto due infarti e lo ha perso». Da allora un processo migratorio duro, una vita di spostamenti e difficoltà , che vivono in molti. «Ora dobbiamo fare chiarezza su quali tipologie di persone vengono rinchiuse nei Cie che sono, all’oggi, veri carceri etniche aggravate da una legge Bossi-Fini che crea clandestinità ; inoltre utilizzare i precedenti di una persona come strumento per tenerla rinchiusa al Cie non è legittimo, perché per giudicare i reati esistono i tribunali», ha concluso Cècile Kyenge, portavoce nazionale del primo marzo.


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