«Mi hanno fatto fuori per trattare con la mafia»

ROMA — «Io sono una vittima della trattativa tra lo Stato e la mafia. Sono l’agnello sacrificale fatto fuori per attuare una politica carceraria più morbida nei confronti della criminalità  organizzata». Dopo l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino che dice di essere stato raggirato, ecco che un altro protagonista istituzionale della stagione «piena di ombre» — come l’hanno definita i magistrati che indagano o hanno giudicato sulle stragi del 1992 e 1993 — si chiama fuori da qualunque patto sottobanco. Nicolò Amato, ex direttore generale degli istituti di pena rimosso il 4 giugno ’93, tra un attentato e l’altro sul continente, ha appena dato alle stampe un libro (I giorni del dolore, la notte della ragione, Armando editore) per lanciare la sua denuncia: «Avessero accolto le mie proposte, anziché cacciarmi, la lotta alla criminalità  non sarebbe arretrata e non ci sarebbe stato nemmeno l’oggetto dell’eventuale trattativa».
Ma scusi, avvocato Amato, non fu lei a proporre all’allora ministro della Giustizia Conso di non rinnovare il «carcere duro» per i mafiosi, nel famoso appunto del 6 marzo 1993?
«Neanche per sogno. Io proponevo di sostituire l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, quello sul carcere duro appunto, con una legge che rendesse obbligatorio il controllo audio e la registrazione dei colloqui dei detenuti, per impedire sul serio le comunicazioni dei mafiosi con l’esterno. Era l’unica norma efficace, che poi fu introdotta nel 2002, 9 anni dopo la mia proposta. In più suggerivo le videoconferenze per evitare il “turismo giudiziario” dei detenuti che dovevano partecipare ai processi in giro per l’Italia, con tutto ciò che ne conseguiva in termini di sicurezza. Anche questa norma è stata introdotta nel 2001. Si sono adeguati con un po’ di ritardo ai miei consigli».
Però dopo il suo appunto di marzo sono cominciate le mancate proroghe dei «41 bis».
«Non è vero neanche questo. Il 15 marzo, cioè nove giorni dopo il famoso appunto di cui tutti parlano ma che pochi hanno letto, io ho proposto al ministro di mettere al carcere duro altri nove detenuti di mafia. Le pare l’atteggiamento di uno che non vuole il 41 bis?».
Allora perché l’altro ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, in carica fino al febbraio del ’93, continua a ripetere che lei era per l’abrogazione del carcere duro?
«Le ho già  spiegato che io proponevo di sostituirlo con una legge ancor più incisiva, che avrebbe eliminato la discrezionalità  delle misure restrittive eliminando l’oggetto stesso dell’ipotetica trattativa: se una cosa è discrezionale si può spingere per farla rimuovere, se è obbligatoria per legge non più. Piuttosto Martelli dovrebbe spiegare come mai non aderì alla mia iniziativa di rinchiudere oltre 5.000 detenuti per reati legati alla criminalità  organizzata in 121 prigioni ad hoc ed applicare il 41 bis a quegli istituti nella loro interezza».
Perché, secondo lei? Forse non le ha mai perdonato di non averla trovata la sera del 19 luglio ’92, dopo la strage che uccise Borsellino e cinque agenti di scorta?
«È un’altra falsità . Io trascorsi quella notte in ufficio per organizzare il trasferimento dei detenuti sulle isole di Pianosa e dell’Asinara, come risposta immediata all’eccidio».
Ma se il decreto dovette firmarlo il ministro in persona, sul cofano di una macchina a Palermo…
«Fu una richiesta precisa di Martelli, che volle compiere un gesto politico firmando personalmente l’ordine di traduzione di un gruppo di detenuti, come atto simbolico. Ma gli indicai io i cinquanta da portare via dall’Ucciardone. La verità  è che io sono diventato una specie di capro espiatorio, mentre invece ora ho la prova che la mia cacciata avvenne su precisa richiesta della mafia. È stata una scoperta sconvolgente».
Di che sta parlando?
«Sto parlando della lettera anonima arrivata il 17 febbraio ’93 all’allora presidente della Repubblica Scalfaro, in cui un gruppo di sedicenti parenti di reclusi al 41 bis lanciava minacce se non si fosse attenuato il regime carcerario. Una lettera spedita anche a Maurizio Costanzo, al vescovo di Firenze e al Papa: e guarda caso di lì a poco ci fu l’attentato a Costanzo, e poi quelli a Firenze e al Vicariato di Roma. All’epoca nessuno mi disse nulla, l’ho scoperta ora. Ma in quella lettera si intimava di “togliere gli squadristi al servizio del dittatore Amato”. Volevano la mia testa, insomma, e l’hanno ottenuta subito dopo le bombe contro Costanzo e gli Uffizi. Io me ne sono andato il 4 giugno, e il 26 c’è stato il primo appunto del nuovo direttore delle carceri che propone di non rinnovare una quota di 41 bis».
Come aveva già  fatto lei a marzo…
«Ma senza proporre le misure più incisive suggerite da me. E le indico un’altra scoperta inquietante: il 29 luglio ’93, due giorni dopo gli attentati di Roma e Milano, il dipartimento propose di togliere dal carcere duro 19 detenuti “per non inasprire inutilmente il clima”. Le pare normale, 48 ore dopo 5 morti e non ricordo quanti feriti? Io non so se la trattativa c’è stata davvero, so che dopo la mia rimozione la politica carceraria è cambiata. Mi hanno tolto di mezzo senza darmi alcuna spiegazione, adesso ho capito perché».


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