Lombardia, senza cure mediche fino a 40 mila immigrati comunitari

by Sergio Segio | 6 Marzo 2012 12:33

MILANO – Luisa, 4 anni, è stata rifiutata da due ospedali, Paolo Pini e Buzzi, prima di riuscire a trovare un odontoiatra e un cardiologo che la visitassero (al San Paolo). Ha i denti in pessimo stato, ma ha anche una cardiopatia congenita. E l’intervento alla bocca può essere eseguito solo in un ospedale con l’assistenza di un cardiologo. Il guaio di Luisa è di essere romena. Da quando, nel 2007, Romania e Bulgaria sono entrati a far parte dell’Unione europea, è molto più difficile per gli immigrati neocomunitari farsi curare dal sistema sanitario italiano. In particolare in Lombardia, visto che la regione finora non ha fatto nulla per aiutarli. Infatti hanno diritto alle cure mediche solo coloro che hanno un lavoro in regola oppure la Tessera europea di assicurazione malattia (Team) che viene rilasciata dal Paese d’origine. Non tutti i romeni e i bulgari hanno però la Team. Di conseguenza i disoccupati e persino i familiari a carico di chi ha un’occupazione in regola non hanno diritto alle cure. Secondo il Naga, associazione di medici volontari, in Lombardia sono dai 20 mila ai 40mila senza assistenza sanitaria (circa 6mila a Milano). “E fra questi i più emarginati sono i rom”, afferma Piero Massarotto.

Per due mesi, novembre e dicembre 2011, il Naga  ha raccolto i dati di 167 pazienti comunitari che si sono presentati all’ambulatorio gestito dai volontari in via Zamenhof, per capire che tipo di accoglienza trovano nelle strutture sanitarie pubbliche di Milano. E i risultati sono sconfortanti: nonostante siano in Italia in media da cinque anni e mezzo, due su tre (116 persone) è stato visitato solo dal Naga o da altre associazioni, ma mai da ospedali o da ambulatori pubblici. 68 hanno ricevuto assistenza anche dai pronto soccorso. La situazione dei bambini è addirittura peggiore: su 71 casi, risulta che 29 non sono mai stati visitati da un medico in vita loro, 28 dai pronto soccorso e 13 solo da medici di organizzazioni di volontariato (la somma è maggiore dei casi perché alcuni hanno ricevuto visite da diverse realtà ). Inoltre, 17 non sono mai stati vaccinati e di 13 i genitori non ricordavano quali vaccinazioni avessero fatto. I risultati dello studio, realizzato insieme a Casa per la pace di Milano!, Centro
internazionale Helder Camara e Sant’Angelo solidale onlus, sono stati presentati questa mattina nella sede del Naga.

La Lombardia rappresenta un caso particolare. Molte Regioni infatti per evitare che ci fossero persone senza assistenza sanitaria sono corse ai ripari istituendo il codice Eni (Europei non iscritti), che apre le porte di ospedali e medici di base. La Lombardia no: in una circolare (la 4 del 2008) ha riconosciuto a tutti il diritto alla salute, ma non ha stabilito come. E così i romeni e bulgari privi di qualsiasi tessera sanitaria quando si presentano ai centri prenotazione degli ospedali per visite ambulatoriali vengono rifiutati. E non hanno possibilità  di scegliere un medico di base, senza il quale non è possibile avere la prescrizione per i farmaci. Sono cittadini comunitari, ma per la Regione Lombardia di serie B. In un sistema sanitario che burocraticamente dipende tutto da codici, il fatto di essere senza tessera trasforma l’ammalato in un fantasma. “Da quando appartengono all’Unione europea dovrebbero avere più di diritti, ma in realtà  solo sulla carta”, sottolinea Piero Massarotto. In effetti gli stranieri irregolari extracomunitari hanno diritto all’assistenza sanitaria, perché il Testo unico sull’immigrazione riconosce loro la possibilità  di ottenere il codice Stp (Straniero temporaneamente presente). Romeni e bulgari no.

Nei casi gravi i pronto soccorsi rappresentano un’ancora di salvezza. Ma anche qui non mancano i problemi. La stragrande maggioranza viene dimesso senza alcuna ricetta medica e, non avendo il medico di base, non possono acquistare i farmaci. (dp)

 

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