L’opposizione marca Merkel sul fiscal compact

Ma a Berlino, dove ieri il Bundestag ha cominciato a discutere la ratifica del fiscal compact e del meccanismo di stabilità  permanente Esm, l’opposizione ha dichiarato che non approverà  la nuova architettura finanziaria dell’Europa se le regole fiscali non verranno corrette da interventi a sostegno della crescita. Proprio in casa, dove il 27 febbraio si è visto che Merkel non ha più una propria maggioranza al Bundestag sulla politica europea – il secondo pacchetto di crediti per la Grecia, boicottato dall’ala più nazionalista del centrodestra, passò allora con i voti di socialdemocratici e verdi – crescono le resistenze all’austerità  della cancelliera. 
Il socialdemocratico Steinmeier chiede, come condizione per un voto favorevole del suo gruppo, un patto europeo per la crescita e gli investimenti, alimentato con i proventi di un’imposta sulle transazioni finanziarie e con eurobonds. Sulla stessa lunghezza d’onda i verdi. Mentre i socialisti della Linke si oppongono in toto a vincoli europei sul pareggio di bilancio, così come si erano già  opposti nel 2009 alle norme «frenadebito» introdotte nella costituzione tedesca dalla grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che allora governava la Germania.
Il patto fiscale – Fiskalpakt lo chiamano i tedeschi – chiede ai paesi europei di obbligarsi a pareggiare i bilanci con apposite clausole nelle loro costituzioni, sotto la sorveglianza della corte di giustizia europea, mentre le infrazioni saranno punite con sanzioni pressoché automatiche. Il patto, siglato il 2 marzo scorso da 25 dei 27 governi dell’unione (Gran Bretagna e Repubblica ceca si sono tirate fuori), va ratificato entro l’1 gennaio 2013. 
Proprio il governo Merkel ha fatto sapere il 3 marzo che la ratifica richiederà  una maggioranza dei due terzi sia al Bundestag che al Bundesrat, la camera dei Là¤nder, la maggioranza prescritta per modifiche costituzionali. Il diritto concesso ai partner europei di citare in giudizio la Germania in caso di inadempenze, implica un trasferimento di poteri sovrani. Di qui l’esigenza di una maggioranza qualificata. 
Con questa constatazione Merkel si è messa nelle mani dell’opposizione. Può darsi che lo abbia fatto deliberatamente, per smarcarsi dal potere di ricatto degli ultrasovranisti nel centrodestra. In ogni caso la cancelliera sa che i rapporti di forza nel Bundesrat non potranno che peggiorare per lei alle prossime elezioni regionali di maggio in Schleswig-Holstein e Nordreno-Vestfalia: già  dal 2010 democristiani e liberali non hanno più da soli una maggioranza nella camera dei Là¤nder, e devono venire a patti con le regioni governate da grandi coalizioni tra Cdu e Spd.
Se poi il 6 maggio, al ballottaggio per le presidenziali francesi, dovesse prevalere il socialista Hollande, tutta la politica di austerità  europea dovrà  essere rinegoziata. In attesa di questi esiti, la Spd chiede che il voto finale sulla ratifica del Fiskalpakt venga spostato all’autunno. 
Cedendo alle pressioni internazionali e dell’opposizione, Merkel ha già  fatto una concessione distensiva sul volume dei fondi salvaeuro. Berlino il 26 marzo ha accettato di mantenere parallelamente in funzione il fondo Efsf e il futuro meccanismo di stabilità  permanente Esm, che disporranno insieme di 700 miliardi di euro. Il governo tedesco si accolla garanzie per 280 miliardi, sebbene fino al giorno prima dichiarasse «ivalicabile» il limite di 211 miliardi.


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