«Si lavora troppo?» La provocazione di due studiosi: ora una svolta etica

Nessuna soluzione certa, ma proposte per un orizzonte da cambiare (e che l’attuale crisi finanziaria sta già  mutando): è il saggio E se lavorassimo troppo? Lo stomaco di Menenio Agrippa, gli spilli di Adam Smith e i baffetti di Charlie Chaplin di Nicola e Marco Costantino (Donzelli editore, pag. 118, euro 15), in libreria da oggi. Gli autori prendono in considerazione gli aumenti di produttività  e tracciano un profilo teorico-economico di come si siano sviluppati negli ultimi due secoli: «Il rapporto tra lavoro, produttività  e produzione — nell’economia globalizzata dei prodotti (e, solo parzialmente, dei fattori di produzione) — è diventato oggi estremamente complesso, riducendo gli spazi individuali di autodeterminazione della maggior parte dei lavoratori», si legge nel saggio. L’obiettivo attuale, quindi, è quello di traslare l’ottica del lavoro «dalla quantità  alla qualità », come racconta al Corriere Nicola Costantino, rettore del Politecnico di Bari. «Per questo era necessaria una riflessione utopistica», una riflessione condivisa con il figlio Marco, studioso esperto in commercio equosolidale. «Occorre una svolta etica», spiega il rettore. E precisa: «Assistiamo a un doppio fenomeno. Da una parte, il livellarsi delle economie dei singoli Paesi e, al tempo stesso, l’aumento delle differenze tra poveri e ricchi all’interno dei singoli Stati. Serve un nuovo patto geopolitico che guardi alle persone». Il nodo, però, sulla questione del lavoro, non è solo etico, ma anche strutturale: «L’economia globalizzata produce sempre più beni (e, in misura inferiore, servizi) che hanno bisogno di acquirenti — scrivono gli autori —; ma la stessa economia ha bisogno di mettere i lavoratori in competizione tra loro, abbattendone il più possibile i salari». Oltretutto, la «crescita dei consumi da parte dei Paesi emergenti accelera ulteriormente l’avvicinamento al “punto di non ritorno” per gli equilibri biofisici del nostro pianeta». La soluzione? Un lungo percorso che tocca (anche) Bertrand Russell e Amartya Sen. Con una traccia: «Imparare a “produrre valori con i valori”, far sì cioè che l’etica e il rispetto della persona non siano più considerati sovrastrutture». Ipotizzando anche una fase di decrescita. «Dobbiamo imparare a immaginare prima, e attuare poi, modelli di vita più equi e sostenibili, a livello mondiale». O anche, incentivare lo sviluppo della finanza etica. «Sono esempi in controtendenza e dimostrano che l’impostazione classica economica di considerare il consumatore egoista non è l’unica». Anzi. Nel 2009 le vendite al dettaglio di prodotti equo-solidali hanno raggiunto il valore di 3,4 miliardi di euro. Dal lato della produzione, si contano 445 organizzazioni di produttori membri di World Fair Trade Organization in più di 70 Paesi. In fondo, ricorda Costantino con una battuta, «il lavoro è fatto per l’uomo e non l’uomo per il lavoro».


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