Marea nera, Bp patteggia per 7,8 miliardi

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NEW YORK – Il gigante del petrolio che ha causato il più grande disastro ambientale degli Stati Uniti evita la gogna del processo spalancando il portafoglio. British Petroleum ha raggiunto un accordo più che in extremis con i rappresentanti della class action portata avanti da circa 116 mila tra persone e aziende nel Golfo del Messico: domani sarebbe dovuto cominciare l’udienza già  rimandata di una settimana. Bp ha stimato in 7,8 miliardi di dollari la cifra che servirà  a pagare i danni: ma non ha specificato che sarà  proprio questo il totale finale. Il colosso ha ricordato di aver già  versato più di 8 miliardi per tacitare i primi danni. E più di 14 miliardi per chiudere la falla e ripulire la costa dopo la spaventosa esplosione che il 20 aprile del 2010 provocò la morte di 11 poveretti e la perdita di 700 milioni di petrolio. L’accordo è stato definito «una buona notizia» da Ken Feinberg: è il super avvocato che aveva già  gestito il fondo per le vittime dell’11 settembre e che Barack Obama aveva messo a gestire il tesoretto da 20 miliardi di dollari che la Bp aveva lasciato in pegno alla Casa Bianca. L’intesa che stoppa la class action svuota anche il fondo di Feinberg che in poco più di un anno è mezzo ha già  liquidato 6 miliardi di dollari a più di 200mila tra famiglie e imprese. Non solo indennizzi: l’accordo prevede la copertura di spese sanitarie legate al disastro per altri 21 anni. Fine della tragica telenovela? Per niente. L’intesa lascia fuori i creditori più importanti: il governo federale e gli Stati colpiti dal disastro. L’Amministrazione intende rivalersi per miliardi di dollari in multe ambientali. Grazie però a un’altra iniziativa giudiziaria: l’inchiesta penale aperta dal Dipartimento di giustizia contro Bp. Il colosso è stato finora riconosciuto responsabile per la mancanza di sicurezza nell’infausto pozzo Macondo, ma anche per la cattiva gestione dell’emergenza. Il segretario alla giustizia Eric Holder ha assicurato la volontà  «di andare fino a processo» per rendere solvibile la Bp. Ma il procedimento si preannuncia lungo e faticoso. E gli stessi termini della bozza siglata nell’altro procedimento lasciano scettici molti esperti. Nulla è più preoccupante della soddisfazione dell’amministratore delegato Robert Dudley che ha parlato di «progresso significativo». La gente del Golfo si chiede dove sia la fregatura e molti temono di averla avvistata nel travaso dei miliardi tra i due fondi: quelli che sono rimasti appesi ai rimborsi di Feinberg rischiano di ricevere solo il 60 per cento della somma. La tragedia è ormai un ricordo per Bp. Quest’anno la compagnia ha fatto registrare 7.7 miliardi di profitti: il 38 per cento in più. Anche per questo Obama spinge – come ha fatto anche ieri – per la cancellazione dei 4 miliardi di sussidi che le compagnie continuano a ricevere. La benzina che sfiora i 4 dollari al gallone sta diventando il centro dell’accesissima campagna elettorale. I consumi dei Paesi in ascesa (dalla Cina al Brasile) e l’incertezza geopolitica (Iran) fanno schizzare i prezzi e Barack insiste: non c’è “bacchetta magica” ma al danno non si può aggiungere la beffa dello Stato che paga Big Oil. Appello destinato a restare lettera morta. I repubblicani che controllano il Congresso non farebbero mai questo torto ai loro amici: petrolieri e inquinatori.


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