Migranti, Rotta Balcanica

LOJANE (Macedonia) – Il generale Fadil Nimani, alto sul suo piedistallo, punta il braccio di bronzo verso la campagna macedone, silenziosa e bianca di neve. Sembra muovere delle truppe invisibili. La bandiera dell’Albania dietro di lui si agita al vento balcanico. Siamo all’estremo nord della Macedonia, nella regione di Kumanovo abitata da popolazione di etnia albanese. Il confine con la Serbia è a una manciata di chilometri più a nord. Il Kosovo è appena dietro il confine brullo delle colline, verso ovest. Falid è uno dei generali dell’Esercito di liberazione albanese morto nel 2001 durante la guerra civile scoppiata contro le truppe della Repubblica di Macedonia. Quando gruppi etnici albanesi rivendicavano l’autonomia delle regioni a nord e a est del paese da loro abitate. La statua di Fadil Nimani e il suo mausoleo sorgono sulla strada che collega i piccoli villaggi di Vaksince e di Lojane. Una zona che undici anni fa fu teatro di bombardamenti e fughe di profughi. Oggi quelle contrade sono attraversate ancora da un fiume di impronte, lasciate sulla terra da gente in fuga. Questa volta però sono impresse da profughi afghani, pachistani, somali, iraniani, bengalesi, che tutti i giorni tentano di attraversare il confine con la Serbia e andare dritti a nord, verso l’Ungheria e poi l’Austria.
Il nord della Macedonia sta diventando un nuovo avamposto nella rotta dei flussi migratori europei. A Lojane vivono accampati centinaia di migranti. Tra i 500 e i 600, secondo quanto dicono gli abitanti del villaggio e i media locali. Ogni sera tentano di attraversare il confine. 
Il villaggio degli immigrati
I primi migranti asiatici e africani sono arrivati in questo angolo dei Balcani meridionali due anni fa. La loro presenza cresce esponenzialmente, mese dopo mese. Dormono nelle stalle, oppure ospiti dei contadini. C’è chi si rifugia nelle case sfollate durante il conflitto del 2001 o abbandonate dagli albanesi emigrati in Svizzera e Germania. «Sono almeno dieci volte che varco il confine ma i serbi mi trovano e mi respingono indietro», spiega un ragazzo pachistano circondato da altri quattro compagni, pachistani anche loro. Si riparano all’entrata di Lojane, fra i pilastri di cemento d’una palazzina vuota come un guscio. «Non ci sono più i soldi per continuare. Il nostro viaggio per ora è finito. Torniamo ad Atene, a cercare un lavoro e guadagnare qualcosa. Sappiamo dai nostri connazionali ancora in Grecia che là  la situazione è drammatica, ma non ci resta scelta», raccontano intirizziti.
Nella taverna Dahili, a due passi dalla moschea, il via vai di migranti è continuo. «Vengono a mangiare e a prendere un po’ di caldo. Siamo gente di cuore, noi albanesi. Li accogliamo gratis, qualcuno magari affitta loro un giaciglio per cinque euro a notte», racconta Vamos, il cameriere della taverna, piena di pachistani e di giovani del paese che consumano le loro giornate di disoccupazione nel locale. Alle pareti è attaccato un araldo con l’aquila a due teste dell’Albania. Ovunque a Lojane si leggono scritte che inneggiano al’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo. Una strada più in là , il piccolo internet point del villaggio è pieno di tunisini, algerini, iraniani e bengalesi. Attaccati a Facebook, si tengono in contatto coi familiari o i compagni di viaggio lasciati in chissà  quale città  durante il loro cammino, tra l’Asia meridionale e i Balcani. «Eravamo arrivati in Serbia due notti fa – racconta un ragazzo algerino – dormivamo in un casolare. La polizia serba è entrata e ci ha cacciato a spintoni. Siamo stati riportati al confine e rispediti in Macedonia». Sulle strade di fango del paese gruppi di iraniani si affacciano dagli usci delle case dove attendono rintanati. Altri camminano in fila indiana. Entrano e escono da Lojane, diretti al confine, verso la campagna. Mossi come pedine dagli smugglers, i trafficanti di uomini che fanno arrivare i migranti qui fin dalla Grecia e dalla Turchia. 
Lojane, dopo il disfacimento dell’ex Jugoslavia, è presto divenuta una base logistica della migrazione irregolare. Nel corso degli anni 2000 è stata al centro della tratta della prostituzione. I trafficanti di esseri umani vi facevano transitare le ragazze est europee dirette verso i night club e i postriboli nell’ovest della Macedonia. Poi ci sono passati i cinesi. Arrivavano in Russia in aereo e gli smugglers li portavano illegalmente a Lojane da dove poi venivano trasferiti in Grecia e quindi in Italia. Questo traffico è stato sconfitto dalla polizia macedone nel 2008.
I contrabbandieri di uomini
«Li conosco uno a uno gli smugglers che stanno facendo arrivare asiatici e africani. Vivono a Lojane ormai da anni. Ho il loro numero di cellulare. Anche loro sono immigrati». Il sindaco del villaggio, Shpend Destani, agitato tira fuori dalla sua agenda un foglio stampato dopo l’altro e denuncia: «Guardate qui, sono tutte richieste di aiuto che ho spedito a Skopje. La situazione è critica. Ogni tanto scoppia una rissa fra migranti. C’è chi ruba anche nelle case. Ma al governo macedone non interessa di noi. Non si è ancora vista una organizzazione umanitaria o un presidio stabile delle forze dell’ordine». 
50 km più sud, negli uffici del Ministero dell’Interno a Skopje, incontriamo Sande Kitanov, capo dell’Unità  per il contrasto di traffico di esseri umani e lo sfruttamento dell’immigrazione illegale: «Prima fronteggiavamo l’entrata irregolare degli albanesi che attraversavano la Macedonia per andare a lavorare in Grecia. Questo flusso oggi si è fermato, anche in seguito alla crisi. Ora siamo di fronte a un nuovo fenomeno. Il nostro Paese è attraversato dai migranti asiatici e africani diretti a nord – spiega Kitanov -. Entrano dalla Grecia, dalla linea di confine intorno al passo frontaliero di Gevgelija. Vegono accompagnati sul confine dagli smugglers di base in Grecia, immigrati come loro. Una volta oltre confine puntano diretti verso Lojane, a nord, in macchina. Il tragitto è di 200 km e si fa in due ore. La Macedonia è la via più veloce da percorrere per chi va verso l’Austria. Se attraversassero la Bulgaria tutto diventerebbe più lungo. Gli spostamenti sono organizzati da gruppi criminali di etnia albanese, ma gli autisti sono macedoni. A Lojane, sul confine, molti abitanti del posto mettono poi a disposizione le loro macchine per accompagnare i migranti verso i valichi più sicuri e nascosti. Per attraversare la Macedonia da sud a nord ogni migrante spende tra i 300 e i 500 euro». Una volta a Lojane, si prova a oltranza a eludere i controlli alla frontiera per proseguire verso Belgrado, Budapest e poi Vienna. Il numero delle persone intercettate dalla polizia serba e respinte in Macedonia è sconosciuto, «un buco nero», spiega Kitanov.
Il nuovo vettore del sud est
Che il passaggio attraverso la Macedonia sia in aumento, lo dimostra anche che il numero di richiedenti asilo politico si sia decuplicato da un anno all’altro. Nel 2011 le domande sono state 856. Nel 2010 erano 174, due anni prima 96. «Una volta intercettati, tutti i migranti fanno richiesta per diventare rifugiati e così finire nel Centro per richiedenti asilo», spiega Zoran Apostolovski, il direttore del Centro, aperto a Skopje da due anni. «In Macedonia c’è un centro di detenzione per migranti irregolari, a Gazi Baba. Ma è sempre vuoto, dato che tutti fanno richiesta per diventare rifugiati». La struttura d’accoglienza per richiedenti asilo è aperta, si può entrare e uscire, ci si può allontanare. Succede così che scappano tutti, per proseguire il loro viaggio. «Non si è fermata nessuna delle 856 persone che l’anno scorso avevano chiesto di diventare rifugiate. Tutte hanno deciso di continuare il loro viaggio clandestino prima di vedere se la loro domanda sarebbe stata accettata. Ogni giorno arrivano tre o quattro nuovi richiedenti e altrettanti se ne vanno. Nel centro non ci sono più di 100 persone alla volta», racconta Apostolovski. Intanto anche in Serbia le domande di asilo politico sono sestuplicate fino a raggiungere le 3000 in un anno. Segno tangibile che anche quella nazione è diventata terra di attraversamento migratorio. 
Il rafforzamento del nuovo vettore balcanico è una conseguenza di quanto sta accadendo in Grecia dove, nel 2011, sono entrati 55mila migranti irregolari (dati del Frontex). La porta è a est, sul fiume Evros, ai confini con la Turchia. Una volta in Grecia, i migranti tentano di arrivare in Europa imbarcandosi di nascosto a Patrasso o a Igoumenitsa, nei traghetti per Brindisi, Bari, Ancona e Venezia. Attualmente, però, questo vettore è sempre più controllato. A Patrasso è stato inaugurato un nuovo porto, fuori città . Le banchine dove si salpa per l’Italia sono difficilmente raggiungibili. Così come a Igoumenitsa la polizia ha smobilitato gli accampamenti di migranti sulle colline sopra la città . Dinnanzi al rafforzarsi delle nuove barriere qualche smuggler usa per il trasporto degli yacht privati che sbarcano in Puglia. Oppure il tragitto alternativo, sempre più battuto, guarda verso i Balcani.


Related Articles

Ong e migranti, il sottofondo oscuro del teorema Zuccaro

Tra i tanti fattori indecenti di questo scandalo del posticcio scandalo delle Ong, ne voglio sottolineare due. L’immagine, così frequentemente

Una «lista nera» di tutti i colori. Crimine di guerra

Bambini-soldato A Parigi la Conferenza internazionale dell’Unicef (il manifesto, 6 febbraio 2007)

Le trincee distruggono l’Europa

Espulsione differita. Una misura miope e pericolosa anche per i cittadini italiani

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment