Mirà³ il sognatore che volle diventare cattivo

by Editore | 16 Marzo 2012 7:19

ROMA – «Quando potrò stabilirmi da qualche parte – scriveva Joan Mirà³ nel 1935 – il mio sogno è avere un grande studio… andare oltre la pittura da cavalletto». Il desiderio di una “stanza tutta per sé”, l’artista catalano lo realizza nel 1956 quando l’amico architetto Josep Lluà­s Sert progetta il suo atelier a Palma de Maiorca, dove Mirà³ immediatamente si ritira. 
La mostra Mirà³! Poesia e luce, aperta al Chiostro del Bramante fino al 10 giugno, curata da Marà­a Luisa Lax, racconta proprio gli anni in cui il pittore vive in una dimensione che aveva sempre agognato, in una terra che ama, con molto spazio intorno per creare. All’epoca è già  un artista celebre, ha legato il suo nome alle esperienze surrealiste, ha vissuto a Parigi, ha inventato un mondo pittorico trasognato, fatto di elementi biomorfici, di costellazioni stilizzate, di forme misteriose che navigano, sospese e senza peso in uno spazio della tela diventato fluido. 
Ma adesso, più che sessantenne (era nato a Barcellona nel 1893), nel silenzio di Palma, è come se sentisse il desiderio di reinventarsi, di accelerare il passo della sua pittura. Ed è proprio il suo studio il fulcro di questa mostra. Tanto che viene ricostruito attraverso gigantografie e oggetti originali nel piano superiore del museo: c’è la sua sedia a dondolo, il carrello su cui lavorava, sporco di colore come fosse un quadro. 
Le opere raccolte in questa esposizione – 80 in tutto, tra dipinti su diversi supporti (tela, compensato, masonite), carte, sculture, ceramiche – sono state realizzate in gran parte dal 1956 in avanti. Con qualche eccezione, come il paesaggio che apre la rassegna datato al 1908. Mirà³, nel 1960, guardandosi alle spalle, consapevole di essere entrato in una nuova stagione della sua vita pittorica, lo aveva occultato con un giornale su cui aveva posto la firma e la data del dipinto che aveva eseguito sul retro. Un accurato restauro ha permesso di rivelare l’opera precedente, così è possibile vedere contemporaneamente l’antica veduta ancora figurativa, il nuovo quadro in cui appare il suo lessico più noto e il giornale con la firma. «Lo abbiamo voluto esporre perché è importante per capire il modo in cui l’artista lavorava –spiega la curatrice – questa è infatti una mostra sul metodo di Mirà³, sul suo modo di affrontare il quadro che nell’ultima fase della carriera assume toni sempre nuovi. È come se Mirà³ vivesse una seconda giovinezza. Si mette in discussione, ribalta il punto di vista. Per esempio guarda all’arte americana, ma anche alla pittura orientale. E dà  vita a un universo in cui i suoi temi classici, le stelle, l’uccello, i corpi suggeriti e mai descritti, le clessidre, i bilancieri, raggiungono una potente carica espressiva». 
Questa nuova attitudine la si coglie perfettamente fin dalle prime sale. Che cosa è cambiato dal Mirà³ parigino? Innanzitutto il formato. Le opere esposte sono, tranne qualche raro caso, tutte di grandi dimensioni. E se nel 1935 l’artista sognava di abbandonare il cavalletto, nel buen retiro sull’isola, questo accade per davvero. «Appoggio i miei quadri su trespoli o sul pavimento. Quando sono per terra, posso camminarci sopra», afferma nel 1974. E ancora: «Per terra lavoro sdraiato a pancia in giù. Oh sì, mi sporco tutto di pittura, faccia, capelli; mi ritrovo schizzi dappertutto». In queste monumentali tele si trovano tracce delle suole delle sue scarpe. E il pennello di Mirà³ sgocciola, il suo gesto è ampio, carico di espressività . L’artista ha abbandonato la linea precisa e ferma del passato e predilige adesso gigantesche pennellate che rivelano i suoi lati più segreti. C’è certamente uno scambio con l’action painting americana. I surrealisti, che mettono l’inconscio al centro del quadro, sono alle radici dell’Espressionismo astratto americano: Mirà³ però non solo contribuisce alla nascita di questa nuova generazione di pittori, ma arricchisce, guardandoli, il proprio linguaggio. D’altra parte Mirà³ era entrato in contatto con Jackson Pollock quando nel 1946 aveva ricevuto l’incarico di realizzare un dipinto per il Gourmet Restaurant del Terrace Plaza Hotel di Cincinnati e per realizzare quest’opera aveva vissuto a New York tra febbraio e ottobre. La decorazione in questione, come mostra lo schizzo preparatorio qui in mostra, dove le sue immagini tipiche svolazzano in un fondo azzurro, non risente ancora delle feconde suggestioni degli americani. Queste verranno fuori proprio negli anni di Palma, quelli in cui Mirà³ non costruisce più un universo onirico e sognante, conquistando invece una brutalità  e una totale immersione nel quadro quasi primitive, che provocano un’immediata reazione emotiva in chi guarda.
«Più invecchio e più divento matto, aggressivo, cattivo», –affermava. E nel corso degli anni sembra sempre di più far sua la poetica dell’amico critico d’arte Sebastià  Gasch che auspicava «un’arte intensa e forte, ricca di pathos, aspra e barbara, senza attenuanti. Un’arte che ci inebri di profumi, finché non ci metterà  fuori combattimento con un vigoroso pugno». È esattamente quello che fa l’ultimo Mirò: seduce con un gesto elegante che sembra quello di un maestro orientale, conducendo chi guarda in spazi di grande armonia; e poi sfodera i suoi fondi volutamente sporchi (li eseguiva con la trementina in cui aveva prima pulito i pennelli), la materia dura, gli scarabocchi, le scolature. Inoltre utilizza sempre di più il bianco nero: c’è una sala bellissima, di dipinti monocromi, che pare un viaggio nella notte tra uccelli misteriosi, figure femminili accennate e sensuali, teste inventate, orizzonti accesi da una dispettosa luna nera. 
Resta costante, anche negli ultimi anni, il cà´té ribelle della gioventù, quell’antico desiderio di voler “assassinare la pittura”, che per lui ha sempre significato la tenace volontà  di rivoluzionare i codici formali della tradizione. Eccolo, nel 1976, inchiodare assi di legno su un fondo di carta abrasiva a creare il suo Personaggio e uccelli. E affrontare la scultura, recuperando oggetti. Come una zucca e una bambola uniti a creare una forma inaspettata, protetti per sempre da una colatura di bronzo.

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