Monti: “La riforma è chiusa niente trattative sul testo” Fornero-Cgil ai ferri corti

CERNOBBIO – Mario Monti gela tutti: la riforma del mercato del lavoro non si tocca. Parlando al forum di Confcommercio di Cernobbio – inevitabilmente dominato da articolo 18 e licenziamenti economici – il premier lo dice chiaro e tondo. Quel «salvo intese» che accompagna il testo approvato venerdì dal Consiglio dei ministri non significa che i sindacati abbiano ancora voce in capitolo: «Nessuno pensi che sia suscettibile di incursioni esterne, vuole solo dire salvo intese tra i membri del governo e il Capo dello Stato». Poi toccherà  al Parlamento, aggiunge, «decidere se farlo cadere, approvarlo in blocco o, verosimilmente, modificarlo». Sulla decisione della Cgil di non revocare lo sciopero il premier non si sorprende: «Mi dispiace, ma credo faccia parte della fisiologia dei rapporti sociali». 
Il Monti che chiude il tredicesimo forum dei commercianti è chiaro nello spiegare cosa pensa della concertazione, «che con la facile scelta del dire di sì a tutti» dei governi politici in passato si è trasformata in un «consociativismo» che ha mantenuto una «parvenza» di pace sociale ma ha «devastato» il Paese portandolo sull’orlo del baratro. Al parterre che comprende anche i big dei partiti – ci sono Alfano, Bersani, Enrico Letta, Fini e Maroni – il professore chiede a tutti di non abbassare la guardia perché la crisi non è finita e il «preoccupante» spread spagnolo rischia di provocare un nuovo effetto «contagio» simile a quello greco «che ci farebbe tornare indietro di mesi» proprio nel momento in cui il governo è libero di concentrarsi su «politiche per crescita e occupazione» (in serata, poi, in una nota il premier ribadirà  la fiducia nella determinazione di Madrid per il consolidamento fiscale). Se da un lato Monti ribadisce di non volere un futuro in politica («non è richiesto un prolungamento di questa situazione atipica»), dall’altro avverte tutti che «i problemi non si risolvono in un anno», la «situazione non è brillante» e quindi bisogna diffidare da chi fa «facili promesse». Parole di peso alla vigilia della campagna elettorale per le amministrative di maggio. Così lui stesso non può promettere crescita per il 2012, ma si dice certo che «avremo meno recessione» di quanto non sarebbe stato senza la sua cura e il conseguente default italiano. 
Il Monti più politico svela che se la Lega fosse entrata in maggioranza e il Quirinale fosse stato d’accordo a far entrare in squadra qualche ex ministro di Berlusconi, lui avrebbe chiesto a Roberto Maroni di restare agli interni. Ma poi parte l’invettiva contro il leghista che aveva parlato, criticando l’operato dei professori, poco prima di lui in un panel con Alfano e Bersani: «Di Maroni mi considero, nonostante tutto, ancora un conterraneo, è stato un ottimo ministro ma non credo che lui stesso creda alle cose che ha detto». E’ il via a una lunga requisitoria contro il Carroccio che chiude con una battuta pronunciata a muso duro: «L’unica cosa facile per il governo è stato chiudere gli strani ministeri a Monza». Poi Monti risponde alle critiche ricordando che se il governo Berlusconi avesse riconosciuto la crisi prima, anziché negarla, fare crescita e abbassare le tasse («abbiamo dovuto alzarle, il che ci rammarica») sarebbe più facile. 
Ma non è l’unico scontro di giornata. Anzi. Alle nove del mattino interviene il ministro del Welfare Elsa Fornero: «Da parte mia c’è rammarico che la riforma non sia condivisa pienamente», dice. In quel momento varca il cancello di Villa d’Este il leader della Cgil Susanna Camusso che replica: «Il governo aveva tutte le condizioni per non doversi rammaricare, le trovo lacrime di coccodrillo».


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