Nella fabbrica degli operai suicidi Apple riduce l’orario: da 60 a 49 ore

Il nuovo amministratore delegato di Apple, Tim Cook, vola in Cina e visita uno stabilimento della famigerata Foxconn (la fabbrica dei giovani operai suicidi e dei salari da fame che produce anche per Apple) nel giorno dell’uscita di un rapporto di un’organizzazione statunitense «indipendente» – Fair labour association (Fla) – di cui la multinazionale californiana è entrata a far parte due mesi fa e di cui ora accetta critiche e raccomandazioni.
Se non è un’operazione di pubbliche relazioni (propaganda diretta ai consumatori), quella messa in scena l’altro ieri tra Zhengzhou, sede dell’impianto ispezionato da Cook, e Cupertino, quartier generale californiano della multinazionale, le somiglia molto.
Il recentemente scomparso e celebratissimo Steve Jobs non aveva mai visitato una delle industrie cinesi che con un margine di profitto di solo l’1,5% hanno permesso alla sua corporation di mantenere margini di oltre il 30% e accumulare riserve valutarie per circa 100 miliardi di dollari. Cook, sorridente e in tuta da operaio, ha scelto di unirsi per qualche ora alla catena di montaggio degli iPhone nella città  di Zhengzhou in un momento preciso: quando le proteste e le denunce di decine di ong in giro per il mondo rischiavano di compromettere l’immagine internazionale di Apple e fresco di nomina di amministratore delegato, per dare un segnale di discontinuità  rispetto al suo predecessore.
Ma veniamo all’«atto di accusa» di Fla, al quale Foxconn – l’azienda taiwanese che in Cina per Apple fabbrica iPhone, iPad e iPod – ha risposto impegnandosi a ridurre gli orari dei turni, aumentare i salari, migliorare le condizioni di lavoro e accettare una non meglio precisata «rappresentanza» per i suoi circa 1,2 milioni di operai. Il documento arriva dopo un’indagine di un mese in tre fabbriche Foxconn e 35.500 interviste ad altrettanti operai: Fla ha rilevato almeno 50 «gravi violazioni» del proprio codice di condotta e delle leggi cinesi sul lavoro. Spesso gli operai di Foxconn lavorano per oltre 60 ore settimanali, senza giorno di riposo, a volte gli straordinari non vengono pagati, le condizioni di lavoro sono carenti.
Tutte situazioni già  abbondantemente documentate e stigmatizzate da decine di organizzazioni non governative e sindacali che, dalla Repubblica popolare o dall’estero, in alcuni casi anche prima della catena di suicidi di giovani dipendenti iniziata nel 2010, avevano portato all’attenzione del mondo il «caso Foxconn», che si vanta di corrispondere i salari minimi del settore privato tra i più alti della provincia del Guangdong: 1800 yuan, l’equivalente di 214 euro al mese (straordinari esclusi)! 
Questa volta però Apple ha dichiarato di «accettare pienamente» le raccomandazioni del rapporto. «Condividiamo l’obiettivo di Fla di migliorare le vite e la qualità  delle aziende manifatturiere ovunque» ha scritto in un comunicato l’azienda di Cupertino.
In Cina i salari stanno crescendo, lo pretendono i lavoratori con le loro lotte e lo vuole anche il governo, per aumentare la domanda interna (i consumi) e rendere l’industria meno dipendente dall’export, in una fase in cui prevede una lunga stagnazione della domanda da Europa e Stati Uniti. Un eventuale accordo tra Foxconn, che con il suoi 1,2 milioni di dipendenti è il principale datore di lavoro del settore privato in Cina, e Apple, la multinazionale più ricca, avrebbe delle ripercussioni sull’intero settore dell’alta tecnologia.
Secondo Fla, Foxconn si è dichiarata d’accordo a uniformarsi agli standard dell’associazione sugli orari di lavoro a partire dal luglio 2013, portandoli in linea col limite di 49 ore settimanali fissato dalle leggi cinesi. E per compensare la riduzione degli orari, l’azienda taiwanese promette che assumerà  decine di migliaia di nuovi lavoratori.
Tra i più critici del documento, China Labor Watch (Clw), organizzazione per la difesa dei diritti degli operai cinesi con sede a New York. «Fino a quando Apple non dividerà  una porzione più ampia dei suoi profitti con le sue aziende fornitrici, i lavoratori riceveranno lo stesso misero salario – ha dichiarato Li Qiang, direttore di Clw -, perché queste fabbriche, a causa della richiesta astronomica di produzione a prezzi estremamente bassi, sono spinte a sfruttare gli operai, dal momento che questo è l’unico modo di soddisfare le richieste di produzione da parte di Apple e, allo stesso tempo, garantire un profitto ai loro proprietari».


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