Nuovo ultimatum per i due italiani «Risposte stasera»

PURI (India) — Continua a non esserci senso di tragedia imminente, a Puri. Tutti, a cominciare dai suoi amici, sono certi che Paolo Bosusco tornerà . E con lui Claudio Colangelo, l’altro italiano sequestrato dai guerriglieri maoisti dello Stato dell’Orissa. Molta speranza, ma anche parecchi segni concreti positivi, pur nella situazione difficile.
La complicazione del momento è che maoisti e governo faticano a mettersi d’accordo sui nomi dei tre mediatori che i guerriglieri devono indicare per condurre la trattativa con il governo locale: dopo che due erano stati scartati, ieri hanno nominato un’altra coppia. Sul versante positivo, invece, i militanti del Communist Party of India — Cpi (maoist) — hanno prolungato di un giorno, fino a stasera, l’ultimatum dato al governo locale perché accetti le 13 richieste che hanno avanzato. Per parte sua, il governo ha fatto sapere che Bosusco e Colangelo stanno bene e sono ben nutriti: cosa positiva in sé ma anche indicazione che le autorità  hanno contatti molto stretti con i guerriglieri.
La situazione è certamente confusa, come spesso accade in India. Per capire cosa sta succedendo, occorre avere chiaro che la motivazione del rapimento data dal leader maoista dell’Orissa, Sabyasachi Panda, non sta in piedi: quando furono rapiti, il 14 marzo, i due italiani e i due aiutanti indiani che li accompagnavano (poi liberati) avevano appena finito di fare un bagno in un fiume, non stavano fotografando donne tribali spogliate, come ha fatto intendere Panda. Avevano fatto sì alcune foto nei giorni precedenti, ma erano foto innocenti, presso tribù conosciute da Bosusco e consenzienti, assicura il suo cuoco e amico Santosh Moharana, uno dei due indiani rapiti. «Il sequestro giustificato dai safari umani è un modo per tentare di riconquistare seguaci tra le popolazioni locali, ma al fondo la ragione di Panda è politica, riguadagnare reputazione e potere che ha perduto», dice Siba Mohanti, giornalista e scrittore esperto del movimento Naxalita.
Il fatto è che Panda si sta vedendo scivolare via partito, potere, base sociale. E reagisce. Nel movimento Naxalita (o maoista) è isolato, ritenuto troppo morbido dagli emergenti dello Stato dell’Andhra Pradesh. Negli ultimi tempi una mezza dozzina di suoi compagni dirigenti della guerriglia si è arresa alle autorità  e un’altra mezza dozzina è stata arrestata, compresa sua moglie Mili. E tra le popolazioni tribali ha perso consensi dopo che nel 2008 ha ucciso un difensore dei diritti di queste tribù, molto amato (il che provocò rivolte e 40 morti). Da allora, soprattutto nel distretto di Kandhamal dove è avvenuto il rapimento, gli è rimasto solo un certo seguito tra la comunità  Pana, cristiani convertiti. Per Panda la situazione è insomma grave. Al punto che alcuni esperti di antiterrorismo ritengono che il rapimento degli italiani sia per lui un modo per strappare concessioni in vista di una trattativa con il governo per arrendersi egli stesso e forse entrare nel partito che governa lo Stato, il Bjd, accusato a sua volta dalle opposizioni di trattare sottobanco con i maoisti. Mohanti «per ora» non pensa che il leader si possa arrendere, ma in un futuro non lontano non lo esclude. «Certamente in questo momento è piuttosto debole», dice.
Danilo Taino


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