Ohio, la classe operaia


SANDUSKY (Ohio) — «L’esperienza non si rimpiazza». Il cartello ti accoglie non appena giri l’angolo di una strada deserta alla periferia di Sandusky, una cittadina di 25 mila abitanti tra Cleveland e Toledo, amata dall’industria che sfrutta le acque del lago Erie e dai turisti perché qui sorge il luna park Cedar Point, uno dei più famosi al mondo. La fabbrica della Tsubaki è la prima di una lunga serie. Sul pratone davanti all’edificio spicca una tenda bianca e rossa su cui campeggia una scritta: «Qui si applicano leggi ingiuste sul lavoro». È il picchetto dei 94 lavoratori in sciopero da 13 mesi perché si sono rifiutati di accettare un contratto «a impatto zero» che li avrebbe privati di soldi e contributi conquistati in anni di duro lavoro. E questo nonostante l’azienda vanti ottimi profitti.
Nevica, fa freddo ma gli operai della Tsubaki sono qui. Fanno i turni e tengono la loro protesta viva 24 ore su 24. Per ammazzare il tempo giocano a carte, chiacchierano, parlano delle loro vite appese a un filo, dei sussidi di disoccupazione che stanno finendo. Dentro c’è una piccola stufetta per scaldarsi, un acquisto recente per sopravvivere all’inverno, e un foglio con la lista dei posti in cui le medicine costano di meno. Rolly Fleming, la barba bianca ben curata, ha 58 anni, quando è arrivato alla Tsubaki ne aveva solo 18. È lui il «capitano» degli scioperanti: «Mi piace da matti il mio lavoro, non mi sono mai tirato indietro e ora mi manca moltissimo. Però loro vogliono piegarci e noi non possiamo accettare tutto, non è giusto». «Prima l’amministratore delegato ci aveva elogiato per la qualità  del nostro lavoro — racconta Mike Leoni, un omone dalla faccia buona e sorridente —. Poi però ci ha ricattato dicendo che se non accettavamo la sua offerta trasferiva l’azienda a Taiwan o in Cina». Lo sciopero è stato votato all’unanimità  il 31 gennaio del 2011 a mezzanotte. Il 13 febbraio il presidente della Tsubaki, Mike Manty, ha deciso di rimpiazzare i contestatori per continuare la produzione. E così Rolly e i suoi compagni si sono ritrovati locked out (tagliati fuori, una sorta di serrata al contrario): formalmente sono ancora assunti ma di fatto prendono il sussidio di disoccupazione. Quella del lock out è la nuova strategia degli imprenditori americani per far passare contratti capestro e liberarsi dei lavoratori più anziani. Solo nel 2011 ci sono stati altri 17 casi del genere tra cui quello della Cooper Tire a Findlay. «Ovviamente — fa notare Chester Dalton, un uomo alto e magro — i nuovi assunti sono tutti molto più giovani di noi. Hanno rimpiazzato noi cinquantenni con 35enni non iscritti al sindacato. Però ne hanno dovuti prendere 106 perché loro non hanno la nostra esperienza». Lo scorso ottobre la Tsubaki, che produce catene industriali, ha fatto saltare i negoziati e ha detto che di questi scioperanti non voleva sapere più nulla. Una durezza che è condivisa da altri imprenditori. Nella zona ci sono fabbriche dove vengono presi lavoratori temporanei a 14 dollari l’ora contro i 35 pagati a chi ha il contratto. «E poi c’è l’esempio scandaloso della Fiat/Chrysler — salta su Mike — la base aveva bocciato il contratto ma il sindacato ha sospeso il suo stesso statuto per ratificarlo. Anche voi in Italia non siete messi bene con Marchionne».
Nella pancia di questi operai c’è tanta rabbia. Non si lamentano per orgoglio ma nei loro sguardi si legge la preoccupazione. Sono loro i «bianchi senza una laurea», quel 54% della popolazione dell’Ohio che farà  da ago della bilancia nella prossima elezione presidenziale. Nel 2010, alle elezioni di mid-term, hanno votato in massa per i repubblicani: il 63% contro il 33% democratico. Ma negli ultimi mesi il vento è cambiato. Le quotazioni del governatore repubblicano John Kasic sono crollate dopo che la legge, la SB5, da lui voluta per abolire la contrattazione collettiva per i dipendenti pubblici e segnare la fine del sindacato è stata bocciata a furor di popolo in un referendum con la gente che ha marciato sul Congresso locale in segno di protesta. La conseguenza è che ora una ventina di sindacalisti hanno deciso di presentarsi alle prossime elezioni sperando di beneficiare del risentimento dei cittadini. «Questa è una guerra contro la classe media — dice Jerry Goff, 56 anni, il volto stanco e provato, l’aspetto trasandato, lo sguardo di uno che si sta perdendo —. Siamo delle vittime. Vogliono farci diventare sempre più poveri per arricchire chi ha le tasche già  piene». Qui alla Tsubaki votano tutti per il deputato democratico Dennis Kucinich che oggi sfiderà  la sua collega Marcy Kaptur per la candidatura al Congresso: «Lui — dicono in coro gli operai — è l’unico che ci ha appoggiato». Ma Kucinich è considerato una mosca bianca tra i democratici. «I repubblicani — dice Mike — pensano solo a se stessi. Però Obama si è comportato come gli altri». Nonostante il salvataggio dell’industria automobilistica il presidente non è amato. «Ci sono sempre meno fondi — dice Debbie Shearer, 50 anni, che lavorava alla Tsubaki —. Guardate come sono ridotte le scuole: pochi insegnanti e classi affollatissime». Gli animi si intristiscono. La crisi picchia qui a Sandusky e, come se non bastasse, il lago Erie si è improvvisamente inquinato: «La scorsa estate è diventato verde come una zuppa di piselli a causa di un’alga e ha fatto scappare tutti i turisti» dice Debbie. Un brutto segnale ma per chi? Democratici e repubblicani guardano all’Ohio con ansia sapendo che dal 1964 lo Stato ha sempre votato per il vincitore. Su chi si abbatterà  a novembre la rabbia dell’operaio bianco?


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