“Sulla Tav andremo avanti lo Stato tutela chi protesta ma non tolleriamo violenze”

ROMA – «Il governo ha deciso di confermare con piena convinzione la tempestiva realizzazione dell’opera». Sono le 20.30. Mario Monti scende nella sala stampa di Palazzo Chigi per una dichiarazione breve, ma che mette un punto fermo sulla Tav. Alla prima affermazione ne segue una seconda, altrettanto perentoria, in linea con le preoccupazioni di Napolitano: «La libertà  d’espressione del pensiero è un bene fondamentale e lo Stato è impegnato a tutelarlo, ma non saranno consentite forme di illegalità  e sarà  contrastata ogni forma di violenza». 
Per tre ore il premier, reduce da Bruxelles, ha discusso del futuro della Tav con il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, della Giustizia Paola Severino, dello Sviluppo economico Corrado Passera, dell’Ambiente Corrado Clini e con il sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà . Un confronto serrato in cui ha avuto largo spazio anche la relazione di Mario Virano, il commissario di governo per la ferrovia Torino-Lione, che ha rifatto la “storia” dell’Alta velocità . Con una sua personale conclusione poi ribadita fuori dal palazzo: «Un 30% della popolazione eviterebbe di dover fare i conti con quest’opera. Quote più limitate ritengono che debba essere fatta. Poi c’è una minoranza più ristretta che ritiene di doversi “battere sul campo” e cerca lo scontro anche per significati che vanno al di là  dell’opera». Un’analisi condivisa. Tant’è che nel comunicato che chiude il vertice c’è un virgolettato del ministro Cancellieri con le stesse parole dette da Monti: «Non saranno consentite forme di illegalità  e sarà  contrastata ogni forma di violenza». 
Il premier però mira più a convincere i recalcitranti alla Tav che a reprimerli. Con un’argomentazione nuova: la Tav è una porta verso l’Europa, quindi non va chiusa ma tenuta ben aperta. «È una grande opera di benchmarck internazionale» come la etichetta Passera. È retorico l’interrogativo di Monti: «Vogliamo lasciar andare dolcemente alla deriva, staccando dall’Europa, questa nostra penisola, rendendo così difficile per l’economia italiana essere competitiva e creare posti di lavoro, consentire maggiore equità  e benessere socioeconomico?». La risposta è scontata: «Non credo che vogliamo questo, ma teniamo presente che molte manifestazioni di disagio sociale troverebbero ragioni sempre più gravi in un’economia che andasse alla deriva. O perdendo un aggancio all’Europa che deve essere anche fisico attraverso le infrastrutture di collegamento». 
Per lui il punto è qui. Per questo, per lui, la Tav si deve fare. Perché «genera lavoro e occupazione direttamente sul territorio, e non solo»; perché garantisce «benefici economici rilevanti»; perché «dimezza i tempi di percorrenza». Monti fa due esempi: «Da Torino a Chambery si passa da 152 a 73 minuti; da Parigi a Milano da 7 a 4 ore». Gli svantaggi per la Val di Susa saranno compensati: nella prossima riunione del Cipe saranno stanziati, si legge sempre nel comunicato, «i primi 20 milioni di euro nell’ambito dell’intesa quadro con la regione Piemonte». 
Non una polemica con chi, durante la giornata, ha premuto su palazzo Chigi per uno stop. Lo ha fatto Antonio Di Pietro. Il leader dell’Idv ha chiesto di «riconsiderare l’opportunità  della Tav». Ha proposto «una moratoria» per verificare «se possa essere ancora attuale, con certezza matematica, un’opera concepita 30 anni fa». Il Verde Angelo Bonelli insiste sulla necessità  di riaprire il confronto con i sindaci della valle. E da Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, ecco un niet per Monti: «La sua è una decisione ottusa e miope. È solo una pericolosa sciocchezza affrontare la questione solo come una questione di ordine pubblico».


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