Quelle parole da cambiare

A cosa serva l’otto marzo è solo una questione di parole. Se è la “festa di qualcosa” non serve a niente che non sia far scattare l’atmosfera mentale del party con le sue musiche leggere, i calici tintinnanti, i tubini neri con i tacchi e tutti gli obbliganti rituali dello svago. È a forza di chiamarlo “festa della donna” che si è cominciato a credere che nel nascere femmine ci fosse motivo di brindisi, finendo per dimenticare che se quella giornata esiste è casomai per la ragione opposta: ricordare a tutti che per molte donne essere donna ancora oggi significa tutto tranne che una festa. Dunque quest’anno torniamo all’utilità  primaria e facciamo uno scambio, una cosa equa e bilanciata: io mi prendo le mimose senza fiatare, ma in cambio restituisco indietro alcune parole che rendono inutile la ricorrenza e chi le usa se le riprende. Ne voglio rendere al mittente tre in particolare. 
La prima è proprio “festa” e la restituisco specificamente ai politici. Vorrei che quelli che oggi numerosi si impadroniranno dei microfoni per trasudare pelosa solidarietà  ricordassero che si tratta della Giornata della nostra memoria verso le donne che – anche in questo Paese e soprattutto per volontà  politica – non vedono riconosciuti i loro diritti e in quanto donne vengono anzi vessate, violate e uccise dentro le nostre case nel silenzio omertoso delle comunità  complici. Con la parola “festa” sarebbe bello se potesse sparire anche il rito forzato dell’occupy-pizzerie con annessi spogliarellisti, ma non voglio domandare troppo. Casomai, se proprio ci si tiene ad andare in pari tra cittadine e politici, allora ridate indietro i fondi per i centri antiviolenza che avete dirottato sul mantenimento delle vostre clientele laiche ed ecclesiali. Per quest’anno basterebbe anche solo quello. 
La seconda azione di recupero di utilità  dell’otto marzo è la restituzione della parola “pasionaria”; la rendo a quei giornalisti che la applicano senza distinzione a qualsiasi donna che si occupi di temi civili con un minimo di determinazione. Riprendetevela, vi prego, altrimenti finisce che continuate a usarla per la studentessa cilena che guida gli indignados, per l’ex presidentessa ucraina con la treccia bionda e per la prima ministro del democraticissimo Stato del nord Europa, veicolando a tutti i vostri lettori l’idea che le donne siano creature convulse che vanno dove le porta il cuore anche quando si candidano a capo di uno Stato, come se far politica fosse per loro più che altro una inclinazione emotiva. Magari se smettete di usarla comincerete ad accorgervi che ci vuole molta testa per avere abbastanza cuore da occuparsi seriamente del bene di tutti. 
La terza parola che darei volentieri indietro è “rischio” e la destinerei alle imprese. Le donne lo corrono di continuo – già  trentasette sono quelle trucidate dall’inizio dell’anno dai loro compagni ed ex compagni – ma il contesto sociale e lavorativo continua a considerare rischiose noi. Perché quando facciamo figli siamo percepite come un costo per il datore di lavoro; perché esigiamo come un diritto i servizi che ci consentano di non sacrificare ogni aspetto della nostra vita alla cura dei deboli; perché chiediamo parità  di salario e di opportunità , minacciando i castelli delle demeritocrazie. È nell’oscillazione tra rischio e risorsa che passa la differenza tra una ricorrenza mancata e una compiuta, dipende solo da che parte del pendolo vogliamo sentirci; l’otto marzo è utile fino a quando resta un tavolo aperto per deciderlo. Su quel tavolo le mimose non mi hanno dato mai fastidio.


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