Un presidente senza politica

Non si tratta solo di flessione degli iscritti ai partiti, mentre cresce il numero di chi non va a votare. È la politica come mestiere a appannarsi, a non funzionare più nemmeno come sistema di reclutamento per le massime cariche dello stato. Ne è una prova l’elezione del presidente della repubblica che avrà  luogo oggi. Non è un politico di professione il pastore Joachim Gauck, sicuro di ottenere una larghissima maggioranza. Non lo è nemmeno la candidata di bandiera dell’opposizione socialista, la giornalista Beate Klarsfeld. In Germania il presidente della repubblica ha una funzione eminentemente rappresentativa. La sua unica arma è la parola. Se avrà  o meno peso dipende dalla sua autorevolezza personale, dalla sua credibilità . Ma dove trovare un politico professionale che disponga ancora in misura sufficiente di queste doti? Già  nel 2004 Angela Merkel, non ancora cancelliera, ma con una maggioranza nell’assemblea federale che elegge il presidente, preferì intronizzare un «tecnico», l’economista Horts Kà¶hler, che era stato segretario generale del Fondo monetario internazionale. Non le andò bene. Kà¶hler scivolò sulla politica estera, farneticando di soldati da mandare in giro nel mondo per difendere gli interessi commerciali tedeschi. Si dimise nel 2010, dopo solo un anno del suo secondo mandato. Merkel ripiegò allora su un politico di professione, ma non trovò nulla di meglio del mediocre Christian Wulff, caduto a febbraio per miserevoli vicende di lobbismo e corruzioncella. Ora il coro dei partiti istituzionali si aspetta la riscossa morale da Joachim Gauck, a suo modo – come pastore protestante – un accreditato tecnico della «trasmissione di valori» e della predicazione edificante. Chi sa cosa ne direbbe Max Weber, che nel 1919, col suo Politik als Beruf (politica come professione), aveva posto un monumento alla professionalizzazione di questa attività  nei moderni regimi parlamentari. Per Weber bisognava farla finita con la politica dilettantesca, riservata a chi poteva campare di rendita. Proponeva perciò di retribuire i politici, perché potessero concentrarsi nel loro lavoro, con senso di responsabilità  e con distanziato equilibrio. Un secolo dopo constatiamo che una più che ragguardevole retribuzione non compensa affatto l’affievolirsi della passione politica. Uno come Wulff sentiva l’impellente bisogno di collezionare gratificazioni di status supplementari, a spese di sponsor non disinteressati. Al di là  del suo caso, la spettacolarizzazione mediatica della politica induce a competere in brillantezza con i belli e i ricchi che si contendono la scena. Di qui le ricorrenti cadute di stile. Aggrapparsi alle toghe dei predicatori, o ai saperi degli italici «professori», non è un’alternativa accettabile. Meglio sarebbe se i cittadini si rimettessero loro a fare politica.


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