Il no profit batte la recessione entrate e dipendenti crescono ancora

MILANO – Più forte della crisi. Magari in cerca di figure professionali che sappiano gestirlo al meglio e con più efficienza. Ma sicuramente un settore in crescita, sia come valori economici, sia come dipendenti, con numeri in aumento persino in questi ultimi anni. È questo il senso della “Ricerca sul valore economico del Terzo Settore” che verrà  presentata domani a Milano dalla Fondazione Unicredit. Da cui si deduce non solo che anche nelle ultime stagioni in cui la recessione si è fatta sentire più forte le società  del no profit hanno continuato ad assumere, ma addirittura nel caso delle cooperative sociali mostrano numeri superiori alla media italiane per quanto riguarda l’impiego di donne e immigrati.
Partiamo proprio dal tema dell’occupazione. Se nel censimento Istat nel 2001 veniva indicato in 488 mila i dipendenti di società  di volontariato e cooperative sociali, i successivi rilevamenti vedono il numero in costante aumento. Nel 2007 salgono a 629mila, fino ad arrivare al dato che si può ricavare dal rapporto che verrà  presentato dalla Fondazione Unicredit pari a oltre 650mila unità . In pratica, in dieci anni, c’è stato un aumento del 35%. E sebbene la crescita maggiore sia venuta nelle stagioni precedenti alla crisi, anche dopo il 2009 la tendenza è rimasta quella della crescita.
Un settore, quello del no profit che comincia a essere guardato con interesse anche dalla “finanza” tradizionale. Come spiegherà  domani alla presentazione del rapporto il direttore generale di Unicredit Roberto Nicastro. Proprio per come ha saputo reagire alla crisi. Come testimoniato anche dal valore economico di contributi, di donazioni e autotassazione degli iscritti. In sostanza, il valore economico delle entrate che permette di erogare servizi e contribuire così al welfare collettivo. In questo caso siamo passati dai 38 miliardi di entrate del 2001 (pari al 3,3% del Pil) ai 67 miliardi (4,3% del Pil) del 2010, con un aumento del 76%.
E se è vero che la maggior parte dell’incremento è venuto negli anni precedenti alla crisi, è altrettanto vero che il dinamismo del Terzo settore è dimostrato anche dai dati delle ultime stagioni. Tra il 2008 e il 2010, nonostante la caduta del Pil e dei contributi pubblici (-9,7% a fondo perduto e -4,2% l’acquisto di beni e servizi), i minori flussi in entrata sono stati compensati dall’aumento delle donazioni dei privati (+6,8%) e dell’autofinanziamento (+6,4%).
«Contrariamente a questo si pensa – spiega Giuseppe Ambrosio che con Zeno Rotondi ha coordinato lo studio – il no profit non è una massa di volontari che cerca di fare del loro meglio per aiutare il prossimo. L’impatto economico è diventato tale che ci si dovrà  porre una serie di riflessioni che riguardano la qualità  del personale oltre che la sua dimensione. Il prossimo passaggio dovrà  riguardare proprio la ricerca di nuove competenze manageriali così come è già  accaduto in Germania e accade da sempre nel mondo anglosassone».


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