La nostra Piazza Fontana

Romanzo di una strage è un film sulla storia. Parte dal desiderio di raccontare la natura stessa della democrazia che abbiamo conosciuto, con le sue stimmate e col conflitto e il dolore che esse implicano. Nel momento in cui il nostro Paese vive una possibilità  di cambiamento, come ha ricordato su queste pagine Eugenio Scalfari. La doppia lealtà  è la cifra della nostra democrazia, ha sottolineato Gotor: una lealtà  alla Costituzione antifascista, ed un’altra alla necessità  della lotta al comunismo. Giuseppe Vacca, in un suo articolo, prima di tutti ha usato il termine in riferimento al nostro film. Non un complotto dunque ma una condizione storica. Una condizione però non detta e, come tutti i non detti, portatrice di malattia. Il film, il primo e l’unico sull’argomento, dice quella condizione e seziona quella malattia. E si svolge come un film di genere, coerentemente sul tema del doppio: sta al thriller politico come – si parva licet – La donna che visse due volte sta al crimine passionale. 
Raccontiamo come un popolo ignaro dello sdoppiamento si fa travolgere da una lotta cieca, di cui non conosce l’origine e le regole. Lo facciamo ponendo al centro due vittime: Pinelli e Calabresi. Noi abbiamo fatto la più alta orazione per Pinelli, incarnandolo. E l’accoglimento del film da parte della famiglia Pinelli, la sua commozione, è la nostra massima gratificazione. Abbiamo reso giustizia a Calabresi, non per un trepidante sentimento privato né men che mai per senso di colpa (non siamo stati fra i persecutori), ma per limpidezza di sguardo sulla verità . Una volta compreso che NON era nella stanza, ne abbiamo tratto le ovvie conseguenze. Abbiamo raccontato nei dettagli i neonazisti esecutori; la Nato organizzatrice; i servizi impegnati non a deviarsi, ma a fare il loro lavoro, il Palazzo (Saragat, Moro, Restivo, Rumor…) che declina non la ragion di Stato ma quella dello Stato sdoppiato. 
Nel farlo, riviviamo il dolore sordo e cieco che abbiamo vissuto come nazione, lo trasformiamo in conoscenza, lo assumiamo per superarlo. Il pubblico che esce dalle sale in cui si proietta il film lo abbiamo visto in faccia: attraverso un’emozione forte ha colto questo cuore della vicenda nazionale. È la forza del cinema vero: parla all’inconscio anche quando vuole parlare alla mente, trasmette una conoscenza in modo più ampio e profondo di qualsiasi altro strumento. Le verità  che abbiamo citato fin qui, e che nessuno contesta, sono oggi conosciute.
Quanto alla doppia bomba. Non è affatto vero che è un’ipotesi infondata. Lo dice, da ultimo, Giannuli, uno dei massimi esperti di questa storia. E nell’accurata e lunga ricerca compiuta prima di fare il film ne abbiamo trovato riscontri. Ricordiamo qui solo che vengono ritrovati frammenti di un timer e di una miccia. La miccia, repertata, sparisce dagli atti e dai processi. Così la seconda fibbia. Ci sono tracce di due tipi di esplosivo: la diversità  degli esplosivi è alla base del fallimento dell’ultimo atto processuale. Non fa pensare? Non ci si deve pensare? Anche se non fossero due, non si avverte in quella zona un’ombra che nasconde qualcosa? Dobbiamo fare come i nostri alleati americani, che non ammettono il doppio fuoco su Kennedy (con l’eccezione di registi e romanzieri, peraltro anche lì regolarmente attaccati)? 
Come possiamo attenerci strettamente a una verità  giudiziaria che non c’è? E infine: poiché la tesi sulla doppia bomba non sposta d’una virgola la sostanza dell’interpretazione politica delle vicende, perché è così urticante? Perché induce a fare, strumentalmente, confusione fra il nostro film e il libro di Cucchiarelli, che, come dice Giannuli, dal film è soprattutto smentito? Cosa abbiamo sfiorato? Chi vede il film, come Dario Fo, con l’animo aperto, ne è toccato e si avvicina alla verità ; anche alla propria; anche a quella non detta. Chi si fissa alla propria vicenda o ai propri specialismi e non ne esce, ha mille opportunità  per dirne male.
* regista e produttore di Romanzo di una strage


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