Le amnesie collettive dell’Italia

Il primo è il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, con il pesante strascico di polemiche e di scambi di accuse che ha suscitato. Le diciassette vittime dell’attentato di Milano, la morte, dopo un volo dal quarto piano della Questura di Milano, del ferroviere anarchico Pino Pinelli, l’assassinio, due anni e mezzo dopo, del commissario Luigi Calabresi: qui c’è uno spartiacque della storia nazionale, della storia della generazione del Sessantotto, e di tante storie individuali. Che cosa ne resta, nella memoria collettiva? Anche a giudicare dalle polemiche sul film di Giordana, soprattutto la percezione diffusa che, nonostante tante indagini, tanti processi, tante sentenze, verità  non sia stata fatta. Così che ciascuno difende la propria verità , senza nemmeno accorgersi di rivolgersi a un mondo che non sa di che cosa stia parlando. Ci sono, più o meno sincere, più o meno selettive, molte memorie individuali. Non c’è una memoria collettiva, che tenga nel dovuto conto le ombre, i silenzi colpevoli, i depistaggi. Ma trasmetta pure, soprattutto a chi è venuto dopo, il senso e il valore della risposta collettiva — non ovvia, non scontata — che il Paese riuscì a dare sin dal giorno del funerale delle vittime della strage: nel film di Giordana le vengono dedicati solo pochi istanti, ma quella piazza del Duomo gremita da un popolo che non si lascia atterrire è una delle immagini più alte della nostra democrazia. Ci sono molte pagine bianche da riempire sugli anni Settanta. Ma senza quella risposta non li avremmo mai superati. 
C’è una storia sommersa che continua a pesarci addosso come un macigno: dobbiamo, eccome, farci i conti, pretendere e ottenere verità  e giustizia. Ma non al prezzo (insostenibile) di considerarla l’unica storia, quasi che quella emersa, nella quale hanno impegnato la propria vita generazioni intere, sia stata, nel migliore dei casi, un abbaglio collettivo. Al tempo del crollo inglorioso della Prima Repubblica, fu questa la tesi dominante, che presto divenne senso comune: la «vera storia d’Italia» era quella delle tangenti, della corruzione, delle stragi di regime, del patto leonino tra lo Stato e la mafia, le passioni di un cinquantennio erano solo un alibi, o una trappola per gonzi. Nasce anche di qui lo spaesamento politico, culturale, civile di questi vent’anni.
Eccoci al caso numero due, il grande caso politico di queste settimane. Lo sfioriamo soltanto, per accennare a un suo aspetto cruciale, ma poco considerato. Della caduta, se possibile ancora più ingloriosa, della (cosiddetta) Seconda Repubblica, la bufera che investe Umberto Bossi e la Lega è un passaggio cruciale. C’è una bruttissima questione di soldi. Ma sullo sfondo c’è pure dell’altro. È il tempo del partito del leader e della politica fondata sull’invenzione della tradizione, nella fattispecie, quella padana, che finisce malamente. A conferma del fatto che, se non si fanno dei conti ragionevolmente onesti con il passato, non si costruisce un futuro ragionevolmente accettabile. Anzi, si va a sbattere.
A considerazioni diverse, ma non troppo, porta pure quel che è capitato a dieci anni dalla morte di un socialista, di un antifascista, di un garantista e di un calabrese del calibro di Giacomo Mancini. Non è solo una vicenda locale. Mancini è stato ricordato nella sua Cosenza con un convegno nel quale hanno fatto da relatori varie personalità  del centrodestra che, ai tempi dei moti di Reggio, erano con i Boia chi molla. Ma di quei moti (il primo movimento reazionario di massa del dopoguerra, si disse allora) Mancini, già  oggetto di un feroce attacco della stampa di destra per lo scandalo dell’Anas, fu il primo bersaglio. Le vecchie contrapposizioni novecentesche tra destra e sinistra non ci devono più condizionare? Mah. Per evitare anche solo il sospetto di voler manipolare la memoria, sarebbe bastato ricordare Mancini e discuterne, per quel che è stato e per quel che ha fatto nel suo tempo da uomo della sinistra, nel Psi e al governo, a Roma e in Calabria. Chiamando a ragionarne anche chi gli fu avversario, ci mancherebbe. Ma, se possibile, non chi lo combattè con ogni mezzo, nessuno escluso, come il nemico pubblico numero uno. Se non lo si è fatto, un motivo ci sarà  pure.
Il nostro piccolo esercizio acrobatico finisce qui. Il confronto sulla memoria e sul suo uso, speriamo di no. «Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato», recitava una massima del partito, geniale compendio del totalitarismo, in «1984» di George Orwell. Ma qui non si tratta di controllare nulla. Si tratta solo di prendere atto che un Paese, se non vuol sapere da dove viene, difficilmente può sapere dove va


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