«Gare al ribasso, una iattura da dimenticare»

Il sito archeologico di Pompei torna sotto i riflettori come destinatario di imponenti fondi internazionali che faranno confluire nelle sue casse circa 105 milioni di euro. Il governo oggi sbarcherà  in massa a Napoli per illustrare il progetto e avrà  un compito non facilissimo da affrontare: dovrà  essere così credibile da fugare ogni dubbio sulle interferenze possibili della criminalità  organizzata, una volta partita la campagna imponente di «rilancio». Sono soldi – tanti – che andranno gestiti ordinariamente e con i quali si dovrà  tentare di invertire una tendenza – quella dell’emergenzialità  – ormai consolidata da tempo e che ha portato al disfacimento di quell’inestimabile patrimonio, giorno dopo giorno. 
Tsao Cevoli, presidente dell’Associazione nazionale degli archeologi, pur consapevole che l’intero sistema dei beni culturali italiani non gode della stessa macchina mediatica di Pompei, evita proclami da Cassandra e alla richiesta di commentare l’interessamento del governo per il sito sfodera una sospensione di giudizio. La sua è una posizione di attesa. 
«Quei fondi ormai sono diventati necessari, nonostante Pompei abbia avuto un’autonomia di gestione come soprintendenza speciale – spiega – Sono oggi un rimedio alla politica dei commissariamenti e alle presunte ‘emergenze’ quando non sussisteva una situazione obiettiva da giustificarle. Se ci si fa caso, i commissariamenti sono stati dichiarati in siti quali il Colosseo, gli Uffizi, Pompei, luoghi appetibili economicamente, quelli che registrano il maggior numero di visitatori. Naturalmente Pompei è solo la punta di un iceberg e il suo lento sgretolarsi è una sorte che viene condivisa da molte altre realtà  meno spettacolari, dalle necropoli etrusche costantemente saccheggiate ai Campi Flegrei, per rimanere in Campania». 

Come considera dunque l’interessamento del governo?
Non posso non notare un cambiamento notevole, anche di atteggiamento politico. Il ministro Bondi era venuto a Pompei per dichiarare che «era rinata» e lo aveva detto a dispetto delle macerie e dei crolli. Adesso il governo ha chiesto un confronto con il territorio, un dialogo aperto. La pratica della concertazione, istituita anche dentro al Mibac (da novembre c’è un tavolo dove gli esperti, ognuno con le proprie competenze, cercano soluzioni possibili ai problemi, ndr) è qualcosa da giudicare positivamente. Come archeologici, eravamo stati accusati di lanciare allarmi terroristici sul sito di Pompei. La sua fruizione, invece, è sul serio a rischio perché la situazione di degrado è generalizzata. Sono mancati in questi ultimi anni i «manutentori ordinari», quelli che compiono semplici operazioni – dal togliere le erbacce che fanno saltare i mosaici al prevedere la raccolta rifiuti e il flusso quotidiano dei visitatori. Va ricordato che Pompei, pur se antica, è una città  vivente con gli stessi problemi di una metropoli moderna. Comune e soprintendenza non interagiscono, invece è necessario che si parlino: un sito archeologico fa parte di un insieme urbanistico, non va scorporato e trattato come se fosse un fortino nel deserto. Per fare un esempio, se si cambiano le direzioni del traffico, bisogna pensare anche alle ripercussioni sulla fruizione di Pompei antica (come si raggiunge? ci sono parcheggi per gli autobus?) e le amministrazioni locali devono porsi delle domande ovvie: perché i visitatori devono fare la fila alle biglietterie sotto la pioggia e non hanno tettoie per ripararsi?. Non servono quindi le operazioni mega-galattiche di restauri, gli inteventi spot. Si sono spesi tantissimi soldi per il teatro dove si è tenuto il concerto di Muti. Adesso, si è passarti all’abbandono totale, camerini compresi (che hanno un impatto ambientale negativo sul bene artistico). È tutto chiuso, inutilizzato e inutilizzabile: presto saranno i biologi a studiare le concrezioni di muffa e altro che lì si vanno formando! 
In Italia viviamo dentro un paradosso: gli scavi di Pompei hanno fatto scuola, prima ancora delle scoperte in Grecia e in Egitto. I nostri archeologi e restauratori esportano in tutto il mondo la loro competenza. Il loro know-how è invidiabile, richiesto ovunque ma non gode di fortuna in casa propria. 

Cosa si auspica per un corretto uso dei finanziamenti?
Come ho già  detto, ormai l’emergenza è scattata davvero a Pompei e quindi sarà  importante garantire la professionalità . Va abbandonata una volta per tutte la consuetudine di bandire gare al ribasso. È una pratica che ha portato al disastro ovunque e che alla fine non permette nessun risparmio economico reale: spesso, pochi anni dopo, è tutto da rifare con grande dispendio di energie e soldi pubblici. Le offerte troppo basse (e non spiegabili) vanno tagliate via a favore di una qualità  e controllo maggiori. Solo così le mani sulle superfici di mosaici o affreschi non le metterà  un manovale di una ditta edile, ma un restauratore specializzato. 

Qualche consiglio utile per non finire nei «soliti» tranelli?
Caduta la cattiva abitudine di «agire in deroga» e delle procedure straordinarie, accantonati i commissariamenti facili, bisognerà  ricominciare a pianificare gli interventi, il patrimonio culturale va gestito nel medio e lungo termine . È necessario presentare un cronoprogramma dei lavori, con una tabella di marcia che poi andrebbe rispettata. Non si possono aprire cento cantieri tutti insieme sbarrando domus, strade e di fatto impedendo la visita. La fruizione del sito va assicurata perché è un volano economico di non poco conto e perché Pompei è un bene universale. 
Né si deve rischiare di metterci vent’anni per fare un restauro, come è accaduto: non si può sequestrare il patrimonio. Questa modalità  ha gettato discredito sulla nostra categoria. Se da parte sua la politica deve aprire un dialogo, è anche ora che archeologi, restauratori, storici dell’arte si confrontino con le esigenze della società .


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