«Una pratica comune nei Paesi dell’Ue»

Sconcertato dalla foto scattata sul volo Roma-Tunisi, in cui si vede un immigrato con la bocca fasciata dallo scotch?
È un fatto grave, ma purtroppo non sono completamente stupito. Come Comitato per la prevenzione della tortura ci siamo occupati diverse volte della questione dei metodi coercitivi utilizzati durante le espulsioni. Io non mi occupavo direttamente dell’Italia, ma ho conosciuto casi in Francia, Belgio, Svizzera. Molte denunce sono arrivate fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, e come sappiamo ci fu anche una donna morta in Belgio. Per questo eravamo arrivati fino al punto di emanare delle raccomandazioni internazionali, che i governi hanno accettato.
Dunque ci sono delle “regole di ingaggio”?
Le nostre sono soltanto raccomandazioni e purtroppo non sono vincolanti, certamente però una loro lesione può comportare l’apertura di un procedimento presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo. Tra l’altro, l’Italia ci ha sempre risposto di avere dei Protocolli interni rispettosi di questi principi. Al paragrafo 36 delle raccomandazioni emanate nel 2003 si legge espressamente che vanno assolutamente vietati tutti i mezzi «volti a ostruire parzialmente o totalmente le vie aeree», cosa già  sollecitata nel precedente testo nel 1987. Ricordiamo esplicitamente «i seri incidenti» verificatisi in diversi paesi e «i seri rischi» connessi alla vita della persona che si corrono utlizzando questi metodi.
Il problema però continua. Non c’è qualcosa di sbagliato alla base? Perché i detenuti vengono trasferiti senza nessun problema sui voli di linea e quando si tratta di espulsioni si arriva frequentemente a queste situazioni limite?
Certamente questo ennesimo caso dimostra che bisognerebbe interrogarsi sulle modalità  del rimpatrio, su come vengono effettuate le espulsioni, su quale sia il rapporto che viene instaurato nei confronti di persone a cui si dice: «Te ne devi andare». Aldilà  del mio pensiero sullo schema respingente delle leggi sull’immigrazione, trovo che bisognerebbe impegnarsi molto più di quanto sia stata fatto finora sulla costruzione di un percorso il più possibile condiviso con la persona che si ha di fronte. Non si può dire a qualcuno «fuori», senza dare alcuna alternativa, senza prepararla alla sua futura condizione. Altrimenti ci si troverà  di fronte a resistenze e a scontri di questa portata.
Quali controlli si possono mettere in campo?
È una questione delicata. Esistono vari tipi di voli con cui vengono effettuati i rimpatri. Ci sono quelli di linea, i charter dove non ci sono passeggeri e dove evidentemente è difficile avere testimonianze come quella di oggi, e poi ci sono i nuovi voli di Frontex in coordinamento tra diversi stati. L’aereo fa scalo in più aeroporti per caricare persone da espellere verso uno stesso paese. È stato lo stesso responsabile di Frontex l’anno scorso a chiederci una collaborazione, sono preoccupati dalle possibili denunce, che naturalmente ci sono state presentate come «pretestuose». Al momento lo Stato che coordina i rimpatri Frontex dovrebbe nominare un comitato interno di controllo. Noi abbiamo sollevato l’obiezione che questi Comitati non hanno le caratteristiche dell’indipendenza e che un volo di rimpatrio dovrebbe essere considerato come un qualsiasi altro spazio in cui viene limitata la libertà  personale. È una discussione che sta andando avanti.


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