“Serpenti, malaria e poco cibo ecco i miei 28 giorni nella giungla”

BHUBANESWAR – Dieci chili in meno su un corpo già  tirato, stanchissimoe debilitato dalla malaria, felice e incapace di portare rancore. Ieri all’alba Paolo Bosuscoè sceso dai monti del Daringibari, finalmente libero dopo «28 giorni durissimi». Era insieme a un giornalista della tv locale e a uno dei mediatori scelti dai guerriglieri, mentre la rete di disinformazione dei ribelli sparava a raffica nuvole di fumo permettendo agli uomini di Sabyasachi Panda di sparire nella giungla. «Prima di liberarlo chiedono la scarcerazione di un’altra detenuta», annunciavano le tv mezz’ora prima di accorgersi che l’ostaggio italiano era già  sano e salvo a Bhubaneswar, a cinque ore di traffico e buche dal Daringibari.

È finita bene. Ma quanta paura… «Il rischio maggiore è stato lo scambio di ostaggi con un gruppo maoista più violento. Però ho avuto paura solo nei primi momenti dopo il rapimento, sentivo la responsabilità  di chi era con me. Poi basta: ho sempre fatto lavori pericolosi, non sono uno che si spaventa facilmente. Ho più paura di vivere che di morire, non ho perso la freddezza». Perché hanno catturato proprio lei, che ama l’Orissa e le sue tribù? «Perché sono l’unico che ci va davvero, nella giungla. Le agenzie accompagnano i turisti da un mercatino all’altro, e poi vanno in escursione nei villaggi. Io faccio trekking in tutta l’Orissa. Siamo finiti nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Pensavano fossimo informatori della polizia.

Quando ci hanno catturati, li ho sentiti discutere se era il caso di ammazzarci o no. Panda diceva che non ha mai ammazzato nessuno, che non saprebbe uccidere nemmeno un pollo. Nel perseguire i suoi obiettivi però è spietato».

Che rapporto aveva con lui? «Ah, ci sarebbe da scrivere un libro… All’inizio ero infuriato, ero il suo ostaggio; poi ho visto la sua umanità , il tentativo di anestetizzare il mio dolore per quel che mi avevano fatto. Allo stesso tempo era assolutamente cinico nel voler rispettare la sua agenda: voleva liberare la sua gente, e stop. Il resto è stato tutto fumo negli occhi, come la storia dello foto alle ragazze. Tutte balle. Dal momento del rapimento, che lui ha sempre chiamato “arresto”, ha detto chiaramente che il suo obiettivo era uno scambio di prigionieri».

Intanto lo batteva a scacchi? «Beh, ci vuole poco. Ma purtroppo sia lui che il suo vice hanno una brutta abitudine: quando perdono cambiano le regole».

Panda dice che lei era d’accordo a non essere liberato prima che venisse scarcerata una guerrigliera. «Panda sfruttava qualsiasi cosa dicessi riportandola come voleva lui. Manipolava ogni mia frase, aggiungendo il suo commento prima di riferirla ai ragazzi che sono con lui e lo adorano. In realtà  gli ho detto: finché non mi rilasci, speriamo che almeno tutta questa sofferenza e detenzione servano a far rilasciare questa donna, se è vero che è innocente ed è stata violentata in carcere. Ma gli ho anche detto: sono innocente, guarda che se hai un minimo di senso etico mi devi lasciare andare».

E alla partenza cosa gli ha detto? «Peccato, mi hai distrutto la vita: in un’altra occasione saresti potuto essere un amico».

Che tipi sono, questi maoisti? «Hanno sofferto ingiustizie incredibili, e fanno un tipo di vita durissimo per combatterle. Certo io non condivido la loro scelta, perché lo fanno armi in pugno, ma non guadagnano nulla da quella vita».

Leggeva i giornali? «No, ma sentivo di non essere stato lasciato solo. Una sensazione strana, io sono molto schivo. Sono povero, non sono abituato a stare al centro dell’attenzione».

È molto dimagrito. Cosa mangiava? «Purtroppo il cibo era quello che era, ma hanno fatto il possibile per farmi stare bene. E poi ho avuto i due attacchi di malaria, non è stato facile. E’ stata un’esperienza incredibile. Ci sono stati anche momenti di poesia: un giorno hanno ucciso un cobra a tre metri dalla mia tenda. E poi le scimmie, gli uccelli più strani…».

Come l’hanno trattata? «Bene, però hanno commesso un reato enorme, hanno buttato via i miei 22 anni di lavoro, di trekking nella giungla. Probabilmente in Orissa sono l’uomo che la conosce meglio di tutti. Ma ormai è finita, è tutto proibito: non potrò mai più lavorare qui, non sono uno che fa le gite nei parchi. In Italia mi dovrò cercare un lavoro. Magari scriverò un libro».

Ora è anche famoso.

«Non mi interessa, avrei preferito essere liberato nella giungla e andarmene via da solo, senza giornalisti, senza dovere niente a nessuno». Invece come è andata? “Il giornalista della tv è arrivato mercoledì sera, e io ero molto arrabbiato. Hanno montato una cosa assurda, scene di pura propaganda con le armi in mano: dopo l’arresto, mai nessuno mi aveva puntato il mitra. Poi, la mattina dopo, siamo partiti all’alba».

Ci tornerà , in India? «Il governo me lo permetterà ? In ogni caso non potrei più avere lo stesso spirito. Ok, i maoisti di Panda ormai li conosco, ma che faccio, torno lassù col rischio che mi rapisca un altro gruppo?».


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