Sarkozy, processo al Re

I francesi sono dei repubblicani che adorano eleggere i monarchi per poterli poi ghigliottinare. Creando più di mezzo secolo fa un sistema semi-presidenziale il generale de Gaulle ha assecondato quella passione. La sua Costituzione (1958-’62) fissa le regole di una monarchia elettiva, con un’alternanza democratica. Adesso la Francia vive momenti intensi (non si dia retta a chi parla di indifferenza) previsti da quella magna charta. È giunto il momento della dissacrazione e della consacrazione. Sta per perire democraticamente un presidente, Nicolas Sarkozy; e un cittadino, Franà§ois Hollande, è sul punto di essere eletto.
Il primo ha stancato per i suoi eccessi e deluso per le promesse non mantenute. Il secondo rassicura, offre un’immagine più tradizionale che esaltante. Uno ama i ricchi, l’altro no. Uno è l’immagine della destra democratica che sconfina nel populismo; l’altro di una sinistra che non entusiasma ma che non riserva sorprese. Il loro carattere, il loro comportamento alimenta nomignoli che possono essere sgraditi.
Se Sarkozy è stato rappresentato come un “rambo” caricaturale; Hollande era definito al debutto elettorale come “flanby”, molle come l’omonimo flan, poi la sua figura si è precisata. Si è rassodata.
La sorpresa non è naturalmente da escludere. Lasciamo alle urne una dose di suspense. Potrebbe anche essere riconfermato Sarkozy. Non si sa mai. In tal caso si ripete la consacrazione del monarca repubblicano in carica, con tutti i suoi vizi, e viene relegato nell’ombra chi ha osato affrontarlo nel nome della normalità .
Si dirà  che in fondo si tratta di un’elezione, come ne avvengono in tanti angoli del mondo. Con vincenti e sconfitti. Inutile farla troppo complicata. In Francia la scelta del presidente assume tuttavia un valore particolare. Il Paese ha conservato la coscienza di se stesso attraverso la politica. Di cui lo Stato nazionale è l’espressione concreta. Un’espressione che ha preso forma via via nei secoli; disegnata, ritoccata da monarchie, da rivoluzioni, da repubbliche e aspre lotte intestine. È lo Stato che ha concepito o orientato, più che altrove, l’economia, la società , la cultura, la lingua. L’uomo che, con ampi poteri, viene posto alla sua testa, eletto al suffragio universale diretto, riceve una responsabilità  su cui pesa il valore eccezionale che i francesi le attribuiscono. Il tempo e la democrazia non hanno cancellato del tutto le venature giacobine e colbertiste. Lo Stato accentratore e mediatore ha radici profonde nelle menti francesi.
Oltremanica, gli inglesi, grandi esperti in monarchia classica, seguono incuriositi, non senza ironia, le vicende della vicina monarchia repubblicana. I loro sovrani hanno un grande valore storico ma da tempo sono soltanto i dignitosi simboli della continuità . Cambio della guardia avviene quando muoiono, non ogni cinque anni come tra gli eretici dirimpettai del Continente. Dove adesso è in corso una campagna elettorale a tratti simile a un grande processo, in cui la giuria popolare è la nazione e l’imputato il presidente uscente: il sesto da quando, nel 1958, la ribellione dei generali impegnati nella guerra d’Algeria ha sepolto il sistema parlamentare (che sopravvive in Italia).
Per quella sua nascita agitata, Franà§ois Mitterrand ha dapprima denunciato la Quinta Repubblica come un “colpo di Stato permanente”. Il presidente era dunque, per lui, un usurpatore. Ma poi si è adeguato. Ha capito che la riforma istituzionale gollista si addiceva ai francesi. Quando nel 1981 è stato eletto presidente, il primo ed unico di sinistra, si è trovato a suo agio nella deprecata Costituzione che faceva di lui un monarca repubblicano. E ha adottato un vero stile regale. Sembrava fatto su misura. La morte ha aspettato che concludesse due mandati. Quattordici anni.
Come i predecessori, Nicolas Sarkozy ha usufruito di un potere più forte, più esteso nell’ambito nazionale, di quello del presidente degli Stati Uniti. Il quale deve trattare con il Congresso, mentre lui, Sarkozy, avendo la maggioranza parlamentare, non ha conosciuto problemi con l’Assemblea Nazionale, più al suo servizio che in grado di controllarlo.
Attorno al presidente, eletto per un mandato di cinque anni (un tempo era di sette) ruota tutta la vita politica. È lui che nomina e destituisce il primo ministro. Il quale conduce il governo della nazione, ma sotto la guida del capo dello Stato. Quest’ultimo, grazie alla sua elezione al suffragio universale, gli dà  una legittimità  che non l’obbliga a chiedere la fiducia al Parlamento. Ma dal Parlamento può essere sfiduciato. È accaduto una sola volta in mezzo secolo. Il presidente è invulnerabile. Il primo ministro gli fa da fusibile. È lui che salta se intervengono guai. Il presidente americano non ha un personaggio del genere che gli fa da scudo.
Il sistema francese è tuttavia “semi” presidenziale, perché un capo dello Stato senza maggioranza parlamentare è privato di molti poteri. E quelli che perde passano al primo ministro espressione della maggioranza. È accaduto tre volte in cinquant’anni che si entrasse in un periodo di “coabitazione”, vale a dire che un presidente e un primo ministro di diverso colore politico dovessero convivere.
Nicolas Sarkozy non è stato un presidente dimezzato. Lui ha disposto di tutte le prerogative attribuitegli dalla Costituzione e dalla tradizione. Tra le accuse che pesano su di lui, e che (il 6 maggio, giorno del voto finale) potrebbero costargli la rielezione, c’è curiosamente l’eccesso di potere. Era tanto quello di cui disponeva, ma non gli è bastato. Sarkozy non ha infranto le regole. Le ha interpretate a suo modo. Ha semplicemente strafatto, ha straparlato, si è troppo esibito, si è agitato come non si deve agitare un capo dello Stato-nazione, secondo la concezione che i francesi hanno della carica.
Un biografo disinvolto, avventuroso nelle citazioni, ha ricordato quel che Chateaubriand diceva del non amato Napoleone: «Un moscerino che volava senza il suo permesso era ai suoi occhi un insetto ribelle». Appioppate a uno che imperatore non è, quelle parole rivelano un personaggio bizzoso, insofferente alla più minuscola manifestazione di indipendenza attorno a sé. Un maniaco dell’apparenza.
Ha invaso il campo del primo ministro, il bravo Franà§ois Fillon, relegato a rango di “collaboratore”; ha messo il naso ovunque. Si è occupato di tutto e quindi, a torto o a ragione, ritenuto responsabile di tutto quello che non andava. Se la sentenza, domenica prossima, sarà  negativa e Sarkozy sarà  rimandato a casa, l’accusa che gli sarà  stata fatale sarà  stata, appunto, questa.
Cinque anni fa, il 6 maggio, appena eletto, è partito sul piede sbagliato. È andato a festeggiare l’avvenimento con gli “amici del CAC 40” (l’indice della Borsa di Parigi) al Fouquet’s, sui Campi Elisi, un posto da miliardari arabi, di proprietà  di un amico che controlla casinò e grandi alberghi. E l’8 maggio, quando tutti gli occhi di Francia erano puntati su di lui, si è fatto fotografare al largo di Malta, sulla tolda del “Paloma”, yacht di un altro amico, il miliardario Vincent Bolloré. In dicembre, due mesi dopo essersi separato da Cécilia, la seconda moglie, passeggiava a Disneyland con Carla Bruni, cantante, modella, ma anche appartenente a una famiglia straricca.
I politologi parigini dicono che la sua pronosticata (ma non del tutto scontata) sconfitta è cominciata in quelle prime settimane. Gli ostentati rapporti con i ricchi e l’altrettanta ostentata vita privata, insieme all’aggressività , non rientravano, appunto, nell’idea che i francesi hanno del capo dello Stato. La sua competenza (era stato ministro del Bilancio, delle Finanze e degli Interni) e la sua assiduità  nell’attività  presidenziale (conferenze economiche per l’euro, iniziative internazionali, Georgia, Libia, Costa d’Avorio) sono state quasi dimenticate.
La delusione è stata immediata e ha pesato su tutto il quinquennio. Si era presentato, alla campagna del 2007, come un amico degli operai, degli agricoltori, della Francia profonda, più incline al voto del Front National, da quando la sinistra ha perduto grande parte del voto popolare; e il suo spazio è stato occupato dai privilegiati abitanti delle città , dai professionisti, e da un’élite intellettuale. Agitando temi populisti riciclati dal linguaggio di Jean-Marie Le Pen e parzialmente ripuliti dal razzismo, Sarkozy aveva strappato due milioni di voti al Front National. Due milioni di voti che cinque anni dopo sono ritornati da dove erano venuti.
Nel frattempo, guidato da Marine Le Pen, la figlia di Jean-Marie, il Front National era diventato più presentabile, spogliato dell’antisemitismo e di tutti i ricordi del collaborazionismo durante l’occupazione tedesca e della nostalgia colonialista per la perdita dell’Algeria. Nei cinque anni Nicolas Sarkozy ha aperto un varco a quell’estrema destra che, in parte sdoganata, sta invadendo lo spazio della destra repubblicana. Il sesto presidente ha fatto crollare il muro che arginava il movimento xenofobo dei Le Pen. Questa la sua grande responsabilità .


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