Solitudine e cupi risentimenti nei silenzi tra una madre e un figlio

by Editore | 28 Aprile 2012 10:02

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Ritorno a Delfi della scrittrice greca Ioanna Karistiani (e/o, pp. 334, euro 19,50) è un romanzo magistralmente costruito. Del libro giallo sembra avere la struttura: il racconto comincia quasi dalla fine della storia, lasciando il lettore all’oscuro di quanto è già  accaduto. Il mistero è per noi lettori, non per i protagonisti che hanno già  tutto vissuto, non per il narratore, capace di calibrare sapientemente i silenzi che da soli rivelano a poco a poco il dramma di questa storia dolorosa. Lunghi silenzi che si ergono come muri di reclusione tra madre e figlio, i due protagonisti del romanzo. 
Siamo a Delfi, in un viaggio che pare somigliare a una gita turistica ma di cui fin dall’inizio si intuisce come le sue ragione affondino in una grande sofferenza. La gita a Delfi è sottolineata dal titolo italiano, forse commercialmente valido, ma fuorviante rispetto al nucleo centrale del romanzo. Ben più drammatico è il titolo greco, alla lettera «I sacchi», il fardello che rinvia al peso di delusioni e sventure che ognuno di noi si porta sulle spalle. Ma, titolo a parte, la traduzione di Maurizio De Rosa (già  voce italiana dei precedenti romanzi della Karistiani editi nel nostro paese) va segnalata per essere insieme fluida e precisa. 
La scrittrice ricorre a una tecnica cinematografica di flashback e di proiezioni in avanti che, mentre crea suspense, ci offre la giusta chiave di lettura del libro: non è solo la storia realista di due vite che si intrecciano ma la storia dei loro pensieri e delle loro emozioni, presenti e assenti. Se di realismo si può (e si deve) parlare, si tratta soprattutto di un realismo psicologico; pochi ed essenziali i dialoghi con una continua messa a fuoco interiore dei pensieri dei protagonisti. Su tutto, o almeno su buona parte del romanzo, domina lo sguardo disincantato della madre che vive la sua vita quasi fosse quella di un’altra, con una dose di apatica indifferenza e finanche di cinismo. Il suo atteggiamento nei confronti della vita cambia non tanto con il matrimonio quanto con la nascita del figlio. Allora, e forse solo allora, Vivì (questo il nome della donna) sembra instaurare con la vita un rapporto affettivo, vi entra dentro, non ne è più solo una distaccata spettatrice. 
Si tratta in definitiva della storia di due solitudini parallele, dei tormentati interrogativi della madre, dei cupi risentimenti e dei tentativi da parte del figlio di trovare una autonomia affettiva. Se a spingere di pagina in pagina ad andare avanti nella lettura del romanzo è la suspense che percorre la narrazione, a conquistare sono i lunghi monologhi ora del figlio ora della madre, il loro ossessivo scavo interiore, nel tentativo di capire le ragioni di quel che è accaduto. L’amaro stupore che lascia nel lettore questa storia davvero «estrema» è il suo essere inserita in un contesto sociale difficile e tuttavia simile a quello che tanti di noi vivono nel rapporto genitori-figli. È in questa precaria «normalità » che all’improvviso fa irruzione il «mostro»
Leggendo queste pagine, viene da pensare ai versi della poesia Teodoto di Kavafis: «E non ti adagiare pensando che / nella tua vita ristretta, regolata e ordinaria, / questi eventi grandiosi e tremendi non esistano. / Forse in questo momento nella casa ben ordinata / di un qualche tuo vicino, entra – / invisibile, immateriale – un Teodoto, / portando una simile e atroce testa». A questo proposito è la stessa Karistiani a pronunciarsi sottolineando come il romanzo sia «un indicatore della famiglia e della società  greca nella loro progressiva perdita di valori e nel progressivo abbandono e tradimento dell’essenziale nelle relazioni umane e sociali».
Piano piano si intuisce che il problema nelle relazioni di questa famiglia è il non ascolto dell’altro, mentre viene accordato un posto di primo piano alla preoccupazione di garantire la sicurezza economica. In suo nome si sacrificano ora le aspirazioni del marito che finirà  con il sentirsi un inutile peso, ora la sensibilità  del figlio cui è stato insegnato a obbedire e a tacere senza che i suoi bisogni trovino ascolto nella famiglia. Dal silenzio di un’obbedienza passiva e non elaborata esploderà  la ribellione totale. Due persone che si vogliono forse troppo bene ma che vivono separate da silenzi impenetrabili, che si parlano senza mai dire in maniera diretta la loro verità , due persone che diventano l’uno il detective dell’altro in una vita senza luce e senza illusioni e che solo alla fine si affronteranno in un dialogo, duro e brutale ma vero e senza sotterfugi.

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