Strangolata da default e inquinamento la città  in bilico tra ecologisti e populismo

TARANTO – Taranto è una balena spiaggiata, ansima ma non si scuote. Chiusa ad est dagli altiforni dell’Ilva, ad ovest dal nuovo porto della Marina militare, è una città  bucata nel suo centro, i palazzi sono denti cariati, svuotati, con i tetti sfondati. Taranto è una città  bellissima, ma non lo sa, non ci crede. Ha due mari che cingono un anfiteatro naturale, curva sull’orizzonte: isole davanti e uliveti alle spalle. Lo Jonio, il Mediterraneo, la civiltà  dorica, i miti greci. La beltà  può espandersi o inselvatichirsi fino a divenire irriconoscibile. I tarantini, probabilmente anche per loro merito, oggi piangono, sono cuori infranti.
Va al voto la città  che è stata la più indebitata d’Italia, con un default civile ed economico da paura. Dissesto di bilancio alla cifra record di quasi un miliardo di euro, livelli di inquinamento da diossina e benzopirene tra i più alti di Europa, tasso di mortalità  oltre la media nazionale. A Taranto muoiono all’anno circa trenta persone in più per neoplasie polmonari rispetto alla media del resto d’Italia: due tarantini al mese si arrendono alla vita senza curarsene troppo. “Che me ne fotte”, hanno detto per anni. Inchiodati a quella frase, hanno atteso il conto. Che è stato salato, troppo.
Sono i soliti mille candidati al consiglio comunale, e undici a sindaco della città  che cinque anni fa decise di affidarsi a Ezio Stefano, già  senatore del Pci, ora vicino a Nichi Vendola. Curatore fallimentare, ha gestito le casse vuote, la pianta organica tagliata, i commissari liquidatori che amputavano ogni speranza. A quasi cinque anni dalla ufficializzazione del dissesto, la maggior parte dei debiti è stata onorata. I tarantini hanno pagato di tasca loro l’irresponsabilità  contabile che una donna emergente, condotta in municipio da Forza Italia, la signora Di Bello, di professione biologa, convertita a gioielliera, aveva procurato. Il sindaco uscente non ha speso, e non poteva. Ha mostrato di avere poche idee e non proprio memorabili. «Non ha una soluzione, non dà  una prospettiva a questa città  morente, non vede il problema ciclopico della presenza dell’Ilva. Non ha coraggio, non offre speranze». Angelo Bonelli, il leader italiano dei Verdi, ha scelto Taranto, topos della narrazione ambientalista, dove spendere tutte le energie. Si candida a sindaco. La novità  del forestiero che arriva e rimette in discussione la sostanza del pensiero prevalente (accontentarsi e sopportare) è già  un evento per una città  annoiata da sé stessa, pronta ad arrendersi al populismo aperto dalla stagione demagogica di Giancarlo Cito, sindaco del manganello, del rutto civile. E’ appena ritornato in carcere per espiare una condanna definitiva per corruzione l’ex capopolo, leghista del Sud, una sorta di Mandrake alle cozze, uomo d’ordine con buona favella comunicativa e televisione incorporata. Sua la mitica Antenna 6, emittente che ha forgiato la coscienza collettiva e che adesso tutela i passi del figliolo Mario, candidato a sindaco naturalmente, e altrettanto naturalmente in corsa almeno per il ballottaggio.
Sono in tre a contenderselo questo ballottaggio, e Bonelli è il terzo incomodo, il possibile outsider. Promette una soluzione shock: chiudere i forni del carbon cock, azzerare la pericolosa fase a caldo dell’industria siderurgica, i cui fumi depositano sulla città  una quantità  insopportabile di veleni. «Iniziare il più grande cantiere di bonifica d’Europa, riconvertire prima che l’Ilva mangi Taranto e la uccida». Sono tredicimila i tarantini che ancora lavorano lì, e sembra una terapia impossibile da sostenere malgrado le rassicurazioni. «Non perderemmo un posto di lavoro e avvieremmo la più maestosa opera di riqualificazione ambientale del vecchio continente. La città  è davvero bellissima e ha le forze – se il governo centrale l’assiste – per ritrovare una via di fuga, una strada nuova», dice Bonelli. «Sono fanfaronate – risponde Stefano – Con l’Ilva bisogna imporre i limiti di legge, negoziare progressive riduzioni delle emissioni. Abbiamo fatto tanto per questo obiettivo». Sel e Partito democratico insieme all’Udc sostengono questa tesi e questo candidato. Il centrodestra, ancora scosso dal default, ha trovato in Filippo Condemi, avvocato, un portabandiera ma non un condottiero. Resta l’enigma Cito. Il figlio ha la voce del padre e la televisione ritrasmette i video d’annata dell’uomo con i pesci piraà±a dietro la scrivania, parlatore triviale, sangue del sangue tarantino. Apprezzato per questo, conosciuto per questo.
La città  dopo di lui avrebbe visto i funzionari comunali ritirare stipendi da nababbi arabi attraverso lo stratagemma dei progetti ad obiettivo (il nulla innalzato a norma): cinque, dieci, perfino cinquantamila euro mensili. Una vicenda incredibile, come il vitalizio, la pensione bis, che i dipendenti comunali per anni hanno goduto in ragione di un altro patto sindacale interno. L’Ilva inquinava, loro si abbuffavano di euro. «Ho 190 vigili con i gradi, due soli senza. Tutti in avanti con l’età . Avevo 1700 dipendenti al comune, ora sono meno di mille. I vitalizi sono stati aboliti, gli stipendi sgonfiati. I problemi restano mostruosi. Per questo grido, ho episodi di vero e proprio isterismo», ammette il sindaco uscente, grande urlatore. «Io invece sono mite, a me tutti vogliono bene», avverte Condemi, del Popolo della libertà . Siamo alla specificazione dei toni di voce nel grande teatro dell’ignavia collettiva.


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