Ungheria, democrazia in stile Orbà¡n riforme a raffica senza l’opposizione

BUDAPEST.  Nel 2010 Viktor Orbà¡n e il partito Fidesz, e i suoi alleati, hanno ottenuto il 52,5% dei suffragi e oltre i due terzi dei seggi, e questa “maggioranza introvabile” li ha autorizzati a deliberare in piena autosufficienza una nuova Costituzione, una serie di leggi definite “cardinali”, e una sequenza vertiginosa di leggi parlamentari: totale, 365 leggi in un anno e mezzo! Qualcosa di affine e al tempo stesso di opposto a quello che è successo alla maggioranza di Berlusconi nell’ultima legislatura, affine per l’ampiezza – comunque minore – della maggioranza, opposta per numero e portata di leggi varate. Quelle misure hanno al centro questioni da noi trattate: regolamentazione della libertà  di stampa, sottomissione delle autorità  indipendenti all’esecutivo, l’avvenuta rimozione in tronco del presidente della Corte Costituzionale, la riduzione alla ragione di partito di magistratura e Banca Centrale.
Orbà¡n proclama che «il Parlamento (in Ungheria è monocamerale) funziona anche senza opposizione». All’inizio, sembrerebbe difficile spiegare la metamorfosi di questo primo ministro che, come dice, ha trascorso all’opposizione «quindici degli ultimi vent’anni»: e quell’opposizione si voleva libertaria contro l’autoritarismo e il burocratismo degli epigoni del “socialismo”. Naturalmente, il passaggio dalla dissidenza al potere ispessisce le arterie. Ma forse oggi si può almeno affiancare a questa ovvietà  il problema universale dei poteri politici nella tardodemocrazia: come assicurarsi una durata – qualcosa come una dinastia – paragonabile a quella dei poteri economico-finanziari e multinazionali. Senza ridurre di un millimetro le differenze, è a questo problema comune che rispondono i giri di walzer Putin-Medvedev, (e i governi “tecnici”, se non forse per la durata, per le mani libere), o certe prosecuzioni famigliari negli Stati Uniti, o i colpi di Stato africani o latinoamericani per un “terzo mandato”, fino al modello ungherese di Orbà¡n: che chiameremo dunque dei “Due terzi”.
Nel 2010, il partito Fidesz, dopo esser restato fermo un giro, torna al potere, grazie al discredito che il governo “socialista” è riuscito a procurarsi: il suo capo si fa registrare mentre si vanta di aver imbrogliato il popolo sull’inesistenza della crisi. Conosciamo questa dinamica, no? Peraltro Orbà¡n non è un magnate dei media, ed è giovane (è nato nel 1963). Dispone della maggioranza prevista per varare una nuova Costituzione. Anche di questo noi italiani abbiamo fatto esperienza: che, a parte gli Stati Uniti e i film sul quinto emendamento, le buone Costituzioni sono quelle di cui ci si dimentica quasi che esistano, e quando diventano di nuovo così importanti è perché qualcuno sta cercando di farle fuori. La storia destina l’Ungheria a uno straordinario attaccamento costituzionale. Quando il regime sovietico va in pezzi (l’Ungheria che ha aperto le porte ai tedeschi ha dato un colpo decisivo alla caduta del Muro) la Costituzione “socialista” viene via via corretta fino a non somigliare più a quella originaria. Orbà¡n, il cui decisionismo è comunque fatto all’80 per cento di immagine, vuole l’atto fondante di una nuova Costituzione: intenzione comprensibile. L’attuazione ha sollevato proteste accanite. Ma è ancora più discutibile la premessa: cioè l’uso di una maggioranza schiacciante per decisioni destinate a coinvolgere tutti e presumibilmente per molto tempo, comprese le generazioni a venire. La democrazia si presume (presuntuosamente) fatta di bilanciamenti e compensazioni. Dunque quando fissa a due terzi la maggioranza necessaria alle decisioni più importanti, lo fa per coinvolgere in esse forze diverse e altrimenti opposte. Un’elezione libera che dia a un partito quella maggioranza dei due terzi è di per sé il sintomo di una deficienza democratica? Risponderei di sì, di fatto. Non di diritto. Il partito che dispone dei due terzi e li usa – ne abusa – sa però che quell’evenienza sarà  difficilmente ripetibile, che lui stesso non riotterrà  una tale maggioranza, e che i suoi rivali a loro volta non la otterranno. Così in una specie di parentesi d’eccezione si fissano leggi e regole che probabilmente non si potranno più cambiare. Il gioco democratico diventa qui un vero rompicapo: per cambiare le nuove leggi occorrerà  abolire l’obbligo dei due terzi, ma per abolirlo occorrerà  disporre dei due terzi. (Ed è solo una corsa al rincaro la richiesta dell’opposizione ungherese di portare la maggioranza necessaria alle modifiche costituzionali ai quattro quinti: di questo passo si arriva alla clausola dell’unanimità  che zavorra l’Unione Europea).
C’è un’altra singolarità : dopo aver enunciato i singoli principii, la nuova Carta rinvia, quanto alla attuazione, ad altrettante “leggi cardinali” che la disciplineranno. Ciò che, si capisce, fa del principio enunciato un guscio vuoto e disponibile. Anche le leggi “cardinali” richiedono i due terzi. Nei primi 18 mesi di governo ne sono state varate ben 25.
Questo è quello che ha fatto Orbà¡n. Mettere in Costituzione in queste circostanze argomenti almeno controversi vale a bruciare i vascelli alle spalle altrui. «La vita dell’embrione e del feto sarà  posta sotto la protezione dal momento del concepimento». «L’Ungheria proteggerà  l’istituto del matrimonio come unione di un uomo e di una donna stabilita per decisione volontaria, e la famiglia come base per la sopravvivenza della nazione». «L’Ungheria /assicurerà / che la sua agricoltura resti immune da ogni organismo geneticamente modificato…».
L’anziano e prestigioso Dr. Là¡szlà³ Sà³lyom, già  presidente della Corte Costituzionale e professore all’università  di gran parte dei governanti ed estemporanei estensori della nuova Costituzione, non si perdona di non averli bocciati finché era in tempo. Anche in economia. Orbà¡n, che non si nega gli attacchi ad alzo zero contro Wall Street e la finanza internazionale, fu e resta il promotore di una flat tax al 16 per cento, dalla quale prometteva di ricavare la ripresa produttiva. Che non c’è stata: è rimasta solo quella tassazione anti-progressiva, anzi, è stata messa in Costituzione.
E ancora le minoranze. La Costituzione le tutela, poi c’è la vita. Nella quale si odiano i gay perché sono gay. Si odiano i rom perché sono diversi, si odiano gli ebrei perché sono simili, ma “più” – più ricchi, nel luogo comune, più colti. Si odiano gli ebrei perché si pensa di non poter diventare come loro, si odiano gli zingari perché si ha paura di diventare poveri e reietti come loro – per qualche ragione affine si disprezzano i gay. I rom sono circa 700 mila, una minoranza ingente, in un paese di 10 milioni, e al loro interno corrono differenze sociali rilevanti e per lo più ignorate. L’estrema destra vorrebbe cacciarli coi gendarmi, come ai bei tempi, o farsi i propri gendarmi – la nota canzone delle ronde. Il governo ha messo fuori legge una banda paramilitare anti-zingari, e ha costituito un ministero “per l’inclusione sociale”, che ha a capo un pastore riformato, teologo di formazione, Zoltà¡n Balog. Il proposito è di “offrire possibilità  di lavoro a persone cui il normale mercato del lavoro è precluso”. Il problema è qui: se si offra un lavoro, o si costringa a un lavoro – per esempio condizionandogli sussidi, assistenza ecc. Si è messo anche questo in Costituzione, oltre al diritto al lavoro: il dovere di “contribuire col lavoro alla crescita della comunità  secondo le proprie capacità  e possibilità “… E’ una differenza impercettibile a prima vista, salvo mutare il lavoro volontario in lavoro forzato: il risultato più probabile è l’esaltazione del divario fra i rom “integrati” e quelli proscritti. Lo scrittore rom Sà¡ndor Romano Rà¡cz vi segnala la fonte di “una forma di ribellione contro l’assimilazione”. Il governo ungherese ha caldeggiato la formazione di una commissione europea per l’integrazione dei rom. Nei paesi e nei villaggi, dove il confronto è fisicamente prossimo, i fascisti dello Jobbik fanno leva sull’odio per i rom, i quali hanno perduto più di tutti dalla fine del “socialismo”, e sono tornati a occupare l’ultimo gradino in cui i penultimi colpiti dalla crisi temono di precipitare. Due ungheresi su cinque sono poveri, dicono le statistiche. Quindici su cento poverissimi.
(2. fine)


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