Aboliti gli arbitrati per tutti i magistrati

Tra le modifiche più importanti che sono passate in aula, quella promossa da Pd (Mariani, Lo Moro e Ferranti) e Api (Lanzillotta) che reintroduce il divieto assoluto «pena la decadenza dagli incarichi e la nullità  degli atti compiuti» alla «partecipazione a collegi arbitrali o l’assunzione di arbitro sia unico»per tutti i magistrati (ordinari, contabili, amministrativi, militari, etc.) che per gli avvocati dello stato e i membri delle commissioni tributarie. 
Sembra una norma per tecnici ma non lo è. Gli arbitrati riguardano le controversie (piene di ricadute economiche e politiche) tra la pubblica amministrazione e le aziende. Quasi sempre lo stato è perdente e queste sentenze muovono centinaia di miliardi con decisioni «private» spesso poco trasparenti. Anche perché, come giudici «privati», gli arbitri vengono scelti e pagati dalle parti in causa, che di regola gli versano dal 3 al 6 per cento del valore dell’affare. Negli anni ’90, ai tempi di «arbitrato selvaggio», ci sono stati collegi arbitrali che hanno ricevuto anche 300 miliardi di lire in parcelle. Per un magistrato parteciparvi era molto più che vincere al Superenalotto. Una «privatizzazione» della giustizia scandalosa che da anni Anm e Csm chiedono al parlamento di fermare, riportando la competenza su queste controversie nell’ambito della giustizia ordinaria, magari potenziandola. 
Sul resto del ddl corruzione acque agitate: tutti contro tutti sul divieto di incarichi da dirigente pubblico (per tre anni) per parlamentari e candidati (norma accantonata). Tra le poche misure approvate invece stop ai regali ai dipendenti pubblici (niente più yacht per Formigoni) e la delega al governo a definire illeciti e sanzioni disciplinari nella p.a. Nel paese più corrotto d’Europa non si tratta di norme epocali. 
Infine, per la prima volta da quando non è più presidente del consiglio, Silvio Berlusconi ha invocato il legittimo impedimento per l’udienza del processo Ruby di domani. Non essendo più premier, si è trincerato dietro una normale riunione politica dei deputati del Pdl.


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