Dall’agroalimentare il 10% dell’economia mafiosa: fatturato di 15,6 miliardi

ROMA – Le infiltrazioni delle mafie nel settore agroalimentare rappresentano il 10% dell’intera economia mafiosa, con un fatturato di 15,6 miliardi di euro su 150 miliardi di fatturato complessivo annuo delle mafie (70 miliardi è il guadagno).  Nell’ambito delle agromafie, gli illeciti sono suddivisi in furti e rapine, racket, usura, truffe, contraffazione e agropirateria, abusivismo, macellazioni clandestine. Esiste un ‘cartello mafioso’ che condiziona tutta la filiera dalla produzione al reclutamento di manodopera, alla logistica alla piccola, media e grande distribuzione commerciale.  Sono i dati forniti durante la presentazione dell’osservatorio Flai Cgil contro le agromafie e il caporalato, al Cafè de Paris di Via Veneto, lo storico locale confiscato alla famiglia di ‘ndrangheta degli Alvaro di Cosoleto.

Il settore alimentare è uno dei più colpiti dalla contraffazione. Tra il 2006 e il 2009 il sequestro di prodotti agricoli contraffatti e commercializzati dalla criminalità  è aumentato del 128%. Il valore annuo delle contraffazioni agroalimentari è stimato in 1,1 miliardi di euro. Una cifra sottostimata perché prende in considerazione solo i prodotti venduti sul mercato interno e non anche le esportazioni verso l’estero.

Nei campi italiani 400 mila lavoratori vivono sotto i caporali e 60mila hanno alloggi di fortuna che violano i diritti umani. Il lavoro nero agricolo esiste dalla Sicilia alle Alpi, ma incide con percentuali differenti: 90% al Sud, 50% al Centro e 30% al Nord.  La modifica dell’articolo 603 del codice penale, con l’introduzione del reato di caporalato, dopo lo sciopero dei braccianti di Nardò e la mobilitazione della Cgil ‘Stop Caporalato’, “rischia di essere poca cosa rispetto alla dimensione del fenomeno”. È evidente la sproporzione:17 persone denunciate fino al 30 marzo 2012 e sedici arresti il 23 maggio fra Rosarno (Rc) e Nardò (Le).

Su 1558 aziende confiscate ai clan, più di 90 operano nel settore agricolo e agroindustriale. Dai 10563 beni confiscati, circa 2500 sono terreni con destinazione agricola. L’inattività  di queste aziende causa la perdita di migliaia di posti di lavoro, con un danno di diversi miliarsi per l’intero indotto. (rc)

 

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