E Monti «ricuce» con Alfano: evasione? Mai pensato a lui

ROMA — Mario Monti depotenzia la polemica con il Pdl sul «caso Alfano» e avanza una possibile soluzione alla questione dei debiti non pagati dall’amministrazione pubblica alle imprese italiane. Durante un dibattito alla Fondazione Italianieuropei, presieduta da Massimo D’Alema, il presidente del Consiglio ha detto di non essersi riferito, «quarantott’ore fa», ad Angelino Alfano, quando ha attaccato con durezza chi predica l’evasione fiscale. «È successo qualcosa che se fossi nell’onorevole Alfano mi preoccuperebbe — ha detto —. Ho parlato di chi propone l’evasione fiscale senza menzionare il segretario del Pdl, perché non lo avevo in mente. Ciononostante qualche esponente politico, soprattutto del suo partito, lo ha difeso da un attacco proditorio del presidente del Consiglio. Che non ha mai pensato a lui. Poi ho constatato la correttezza di Alfano, ho controllato ed era chiaro che non aveva incitato alla disobbedienza fiscale: aveva fatto una proposta che come parlamentare ha tutto il diritto di fare. Mi dispiace per il malinteso». C’è chi la chiamerà  marcia indietro, chi precisazione. Di certo, Monti, con stile puntiglioso, non ha intenzione di rischiare rotture con i partiti, visti anche i problemi che inizia ad avere in parlamento. Quindi, ha anche spiegato che la soluzione del grave problema dei debiti dello Stato verso le imprese dovrà  avere una soluzione europea. Nel senso che ora quelle obbligazioni non vanno a fare parte del debito pubblico, ma se lo Stato le regolasse in titoli pubblici ciò farebbe aumentare il debito. Per questo, «occorre concordare una soluzione sul piano europeo per non conteggiarli, prima che entri in vigore il fiscal compact: sarebbe un’operazione di trasparenza nell’amministrazione pubblica ed eviterebbe di distruggere imprese sane».
Chiamato a discutere di crescita in Europa, opposta all’austerità  voluta da Berlino, Monti si è divertito a dibattere con il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, un forte critico della cancelliera Angela Merkel. Gli ha detto che anch’egli è per la crescita, ma gli ha spiegato che l’Europa non è l’America e deve anche costruire la sua unità , oltre a crescere. «Dobbiamo incalzare la Germania (per farle capire che creare domanda non sempre è peccato, ndr) ma dobbiamo anche ringraziarla — ha sostenuto —. I vincoli posti dall’Europa sono fondamentali, senza essi la Germania non sarebbe entrata nell’euro e senza essi l’Italia sarebbe ora un Paese vagante nel vuoto, e c’è ancora pericolo che in quella condizione possa tornare». La Germania come à ncora del progetto europeo, in altre parole. «Soprattutto in un Paese che ha avuto culture politiche — quella marxista e quella cattolica — che non avevano una visione positiva del mercato e non vedevano grandi pericoli nell’inflazione, nei deficit e nel debito». E più avanti, dopo il ’94, Monti dice di essere stato deluso dalle speranze di riformismo liberale che aveva sollevato Forza Italia: «Il paradosso è che molte liberalizzazioni le ha fatte la sinistra».
In sostanza, Monti vuole maggiori politiche sociali e di stimolo alla crescita in Europa. Ma non ci pensa nemmeno a criticare la spinta a risanare i bilanci pubblici. Di fronte alla probabilità  che domenica il socialista Franà§ois Hollande diventi presidente della Francia, ha detto che, sì, c’è la necessità  di un «nuovo contesto europeo» che oltre alla stabilità  finanziaria garantita dal fiscal compact pensi alla crescita: e in questo passaggio l’Italia sarà  centrale. Non attraverso misure di spesa, però, ma per esempio rilanciando il mercato unico europeo «che non si mostri nemico del lavoro, del sociale, dell’ambiente». Serve — ha aggiunto — «un nuovo compromesso tra Stati liberisti, mercatisti avrebbe detto il mio predecessore (Giulio Tremonti, ndr), come Gran Bretagna e Polonia, e Stati più a economia sociale di mercato, come Francia, Germania, Italia». Su un’altra frase Palazzo Chigi in serata è stato costretto a una precisazione ufficiale: «Non aspettiamoci troppo da riforme strutturali come quella del lavoro, come dimostra l’esperienza americana», aveva detto Monti. Ma si riferiva soltanto agli Stati Uniti.


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