GLI ANGELI NERI DEL PASSATO

Addio Lugano bella. Quando nel 1895 Pietro Gori, elbano, criminalogo, penalista e poeta già  pluricondannato e riparato in Svizzera, compose le parole della celebre canzone, aveva poco più di trent’anni. Il suo giornale, L’amico del popolo, vantava il record di 27 numeri e 27 sequestri. In tribunale toccò a lui difendere Sante Caserio, un lombardo che da ragazzo voleva farsi prete, ma poi divenne infervoratissimo anarchico e scappò in Francia. Dove un giorno, salito al volo sul predellino di una carrozza, con una sola pugnalata uccide il presidente francese, Comot.
Era il fascino dannatissimo del più “dimostrativo” e sanguinario dei gesti: il regicidio. Tre colpi di rivoltella nel 1900 sparò Gaetano Bresci a Umberto I, sempre in carrozza, a Monza. Bresci era un operaio di Prato emigrato in America. Biondo, bello, girava sempre, anche quel giorno, con una macchina fotografica a tracolla. Dopo qualche mese lo ritrovarono impiccato all’asciugamano nella sua cella.
A quel punto Gori, che per sfuggire a poliziotti e spie, tisi ed esaurimenti nervosi, si era imbarcato come semplice marinaio, viveva in Argentina, ma sempre da forte propagando le verità  sociali e la fiaccola dell’anarchia, da Buenos Aires fino al Polo sud (dove arrivò con il poeta Pascarella).
Per finanziare la rivoluzione, d’altra parte, Errico Malatesta, il più grande teorico libertario, fece anche il cercatore d’oro nella Terra del Fuoco. Oltre a congiurare in Siria, Egitto, Belgio, Romania, insomma dappertutto, avendo un po’ di pace solo a Parigi e a Londra e in Svizzera, ma poi pure lì con gli sbirri alle calcagna. Erano davvero “cavalieri erranti” gli anarchici di quel tempo, agitatori cosmopoliti del libero pensiero anti-autoritario, puri e ingenui, appassionati fino all’autolesionismo.
“Angeli neri” come il cappellaccio e il mantello che indossavano, e il fiocco alla Lavallière, e la bandiera. Le foto d’epoca li ritraggono dovutamente scapigliati, con lunghe barbe incolte e pizzetti decisamente mefistofelici. Vite esaltate, romantiche, eroici furori: confino, esilio, espulsioni, galere, manicomi, tentati suicidi. Carlo Cafiero, ricchissimo di famiglia, in carcere cercò di tagliarsi la gola con il vetro degli occhiali. Materialisti e mistici, cocciuti e litigiosi, però avvolti da un alone poetico che in politica è raro incontrare. Così, per farsi un’idea del movimento anarchico in Italia occorre rivolgersi alla letteratura (Il diavolo di Pontelungo di Bacchelli), ai ricordi musicali (La locomotiva di Guccini) e magari pure al cinema (il babbo del protagonista di Amarcord).
Allo stesso modo, più che una storia, vale forse inseguire delle esistenze. Come quella di Amilcare Cipriani, già  garibaldino, cospiratore in Grecia, rivoltoso alla Comune di Parigi ed esploratore alla ricerca delle sorgenti del Nilo, quindi deportato dai francesi addirittura in Nuova Caledonia. Ma quando anni dopo riapparve in Italia e venne eletto in Parlamento, rifiutò il seggio perché non volle giurare.
Michele Schirru, nel 1931, cercò di far la pelle a Mussolini e venne fucilato per ordine del Tribunale speciale. Camillo Berneri, autentico intellettuale amico di Salvemini e in prima linea nella guerra civile spagnola, cadde a Barcellona per mano degli stalinisti. Poi di colpo, nel dopoguerra gli anarchici sparirono, come inghiottiti una vicenda di perenni liti e scissioni. Riapparvero, pallide ombre della loro tradizione, intorno ai fatti del dicembre 1969, Pinelli, Valpreda. Poi il nulla o quasi. Addio Lugano bella, o dolce terra pia, scacciati senza colpa, gli anarchici van via. Ma in un modo o nell’altro evidentemente ritornano.


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