Il cuore di Mantova ferito e transennato

MANTOVA — Nell’ex arsenale aspettano il borbottio. «Lo sente? Scosse continue. È lui». L’assessore ai Lavori pubblici Giampaolo Benedini ha fatto della vecchia polveriera degli Asburgo il suo studio di architettura. Ha 67 anni e come l’amico Giuliano Longfils, presidente del consiglio comunale, di tre anni maggiore, sembra un giovanotto. Merito dell’aria buona di provincia. Ammaccata, incrinata, bastonata dal terremoto. Benedini e Longfils sono qui a elencare gli sfregi subiti. Con pudore e inquietudine. Pudore perché «la natura ci ha risparmiato morti e non vorremmo che lei descrivesse i mantovani gente senza cuore, egoista». Quanto all’inquietudine, non viene raccontata. Si vede a occhio nudo. Anche da lontano. Arrivando dai ponti sui laghi, verdognoli per le alghe schizzate in superficie nemmeno fossero tutte d’improvviso in fuga, è cambiato il profilo della città . Il campanile di Santa Barbara è stato mozzato. E più da vicino, è Mantova che è proprio un’altra.
Stefano Benetti, 46 anni, direttore dei Musei civici, viene annunciato dall’odore di sigarette. Amici sismologi gli hanno confessato che il terremoto darà  un’altra legnata, di nuovo tremenda, sicuro. Benetti non sta un fermo un attimo. Non se lo può permettere. Palazzo Te è ferito. Al Tempio di San Sebastiano stanno imbracando le statue per portarle vie, al sicuro. Fa la spola, il direttore. Palazzo Te è chiuso al pubblico. La visita in solitaria degli spazi diventa un’enunciazione di sciagure. «Mi segua, Sala dei cavalli, è caduta parte della pellicola pittorica e un affresco si è sollevato staccandosi per settanta centimetri. Venga, Camera del sole e della luna, sono caduti intonaci e una lesione precedente si è ingigantita. Avanti, forza, Loggia delle muse, frattura sulla parete». Partiranno i lavori di restauro? Con quali soldi? Con quale tempistica? In Comune hanno una paura. Che i cantieri comincino sì, ma rimangano sospesi all’infinito. L’hanno ripetuto anche al governatore Roberto Formigoni, ieri in visita nei luoghi della provincia colpita: nella Bassa, oltre il Po, duemila gli sfollati.
Martedì due pompieri, appesi a una gru, cercavano di capire le condizioni di salute del campanile di Santa Barbara, scostato dalla sua sede dopo la prima scossa delle 9. Quella successiva, alle 13, ha inferto il colpo di grazia. La lanterna è precipitata. I pompieri, ricorda Longfils che stava nei paraggi, hanno preso a penzolare in cielo. Ancora adesso i turisti puntano il dito a indicare il vuoto in cima. Sotto è tutto isolato, vietato oltrepassare. Al tramonto il sottofondo dello struscio è soffocato dallo strisciare di transenne. Dal Palazzo del Broletto sono piovuti camini. In piazza Erbe un ristorante enfatizza sopra l’insegna la data di nascita, il 1918. Da allora a oggi, i vari avventori avranno convissuto coi terremoti? Certo venne udita la strattonata infernale di Gemona, nel 1976. Certo aveva spaventato la più recente scossa sul Garda, nel 2004. E però i mantovani non vogliono rassegnarsi. Al bar-edicola di via Giulio Romano una targhetta con scritto «privato» divide il negozio dal retrobottega. C’è una televisione ad alto, spaventoso volume. «Mi distrae», dice l’anziana titolare, «non mi fa sentire il rumore che sale dal pavimento».


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