«Basta casi JPMorgan, Wall Street cambi»

NEW YORK — La prima testa a cadere è stata quella della responsabile degli investimenti, Ina Drew: 55 anni, più di 30 dei quali passati alla JPMorgan Chase. Altre teste seguiranno: probabilmente il manager della sede londinese della banca Usa, Achilles Macris, il trader Javier Martin-Artajo e Bruno Michel Iksil, il gestore soprannominato Lord Voldemort per la scommesse mortali nelle quali si è imbarcato e per la sua mancanza di scrupoli nelle contrattazioni.
Jamie Dimon, il capo del gigante bancario, ha usato la scure con riluttanza: la Drew (che non farà  certo la fame, visto che ha incassato compensi per 30 milioni di dollari nel biennio 2010-2011) ufficialmente ha deciso da sola di anticipare il suo pensionamento. Nella nota di commiato la banca ricorda che Ina ha sempre servito l’istituto con impegno e ottimi risultati, fino ai recenti errori. La riluttanza di Dimon è comprensibile: la Drew ha lavorato gomito a gomito con lui per anni. E, in effetti, fino a poco tempo fa la sua unità  è stata quella che ha contribuito di più ai megaprofitti che la banca è tornata ad accumulare. Del resto anche Iksil, prima di scommettere ben 200 miliardi di dollari su speculazioni troppo rischiose, aveva portato alla JPMorgan profitti di circa 100 milioni di dollari l’anno, con ammirevole costanza. Ora il capo di JPMorgan ha ammesso con onestà  in tutte le interviste di considerarsi personalmente responsabile di quanto è successo e di aver fatto un «errore madornale» (parole sue) quando ha sottovalutato gli allarmi riportati un mese e mezzo fa sulla stampa. Ma il caso sta continuando a crescere giorno dopo giorno per le sue implicazioni politiche. La polemica ormai investe anche la sfida presidenziale Obama-Romney. E ieri è intervenuto lo stesso presidente. «Le scommesse rischiose che hanno portato JPMorgan a una perdita di due miliardi di dollari dimostrano come la riforma di Wall Street sia necessaria», ha detto Obama al canale televisivo Abc, annunciando un’inchiesta sulla vicenda. 
La situazione si sta aggravando con il passare del tempo. Da quando, giovedì, la banca ha ammesso di aver «bruciato» due miliardi, sono emerse altre perdite (150 milioni di dollari nella sola giornata di venerdì). Adesso gli analisti dell’istituto ritengono che, se non cambieranno i trend di mercato, alla fine le speculazioni errate dei trader londinesi costeranno alla banca più di 4 miliardi di dollari.
Insomma, alla fine Dimon si è rassegnato a cercare un capro espiatorio, anche perché altrimenti sarebbe toccata a lui: è un banchiere ancora molto rispettato, ma già  ieri Elizabeth Warren — la fondatrice dell’agenzia federale per la protezione dei risparmiatori che ora è passata alla politica e corre per un seggio senatoriale in Massachusetts — ha chiesto che il capo della JPMorgan Chase si dimetta almeno da membro del «board» della Federal Reserve di New York.
Ma, fatto il suo atto di contrizione, Dimon, il più autorevole dei banchieri americani che l’avevano scelto come loro portavoce nei rapporti col governo Obama e nelle pressioni sul Congresso per limitare i vincoli della riforma finanziaria Dodd-Frank, sta già  cercando di ricostruire la credibilità  di JPMorgan: «Il nostro rimane un bilancio-fortezza nonostante queste perdite, impareremo dai nostri errori e ne usciremo ancora più forti». Purtroppo, però, è proprio questa forza che ha tradito JPMorgan, stando alle ricostruzioni dell’affare londinese. Le operazioni «anomale» finite sulla stampa un mese prima dello scoppio del caso erano, infatti, state spifferate ai cronisti da manager di «hedge fund» stanchi del modo in cui i «trader» della banca USA alteravano le dinamiche di mercato approfittando delle dimensioni gigantesche dell’istituto (nacque allora la leggenda della «balena londinese») e prendendo rischi inauditi proprio perché convinti che la logica del too big to fail (una banca troppo grossa per essere lasciata fallire) avrebbe garantito loro l’impunità , anche in caso di «incidenti». Adesso il Congresso riprenderà  a incalzare con maggior vigore le «authority» di controllo, e soprattutto la Federal Reserve, perché varino le norme attuative della «Volcker rule» (quella che impedisce alle banche commerciali di fare scommesse speculative rischiose col capitale dei depositanti), entro la prevista scadenza del 21 luglio (fin quei era dato per scontato uno slittamento).
Regole urgenti anche perché, come ha detto il senatore democratico Carl Levin, la vicenda della JPMorgan dimostra che, senza apposite regole, strumenti assicurativi come i derivati che erano stati concepiti per ridurre i rischi in campo finanziario, vengono in realtà  usati in tutt’altro modo: moltiplicando i rischi per inseguire alti guadagni speculativi.
Altri, invece, anche tra i conservatori liberisti come il commentatore finanziario Charles Gasparino, ritengono che la soluzione stia non in regole più severe, ma nel creare strutture più controllabili dai manager, facendo a pezzi banche diventate, ormai, colossi ingestibili.


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