«Europa finita se non c’è la solidarietà  dell’operaio della Ruhr»

by Editore | 24 Maggio 2012 8:00

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PARIGI — Hollande vuole gli eurobond, Merkel no, e la Grecia affonda. L’Europa è diventata solo questione di ingegneria economica?
«Sono sorpreso che gli uomini politici continuino a presentare gli eurobond da un punto di vista puramente tecnico. Fintanto che l’euro era solo uno strumento di regolazione tecnica, non ci sono stati problemi. Adesso che è diventato, e prima o poi doveva accadere, il metro della fiducia nell’avvenire comune, ecco i guai. Sostenere la necessità  degli eurobond significa entrare, finalmente, in una logica di redistribuzione e di imposte comuni. C’è questo in gioco, quando si parla di eurobond». Lo storico Pierre Rosanvallon, 64 anni, docente al Collège de France, è l’intellettuale che sta fornendo la base ideologica alla nuova presidenza francese di Franà§ois Hollande. C’è lui, autore nell’autunno scorso del saggio «La Société des égaux» (Seuil), dietro le parole d’ordine di «coesione» e «uguaglianza» più volte pronunciate da Hollande in campagna elettorale.
Crede che l’Europa sia pronta a fare il grande salto verso più integrazione e imposte comuni?
«Non so se sia pronta, ma è l’unica salvezza. Siamo davanti al bivio decisivo. E purtroppo il “non detto” della storia europea è che da 60 anni il budget comune è rimasto bloccato all’1% del Pil».
Perché questo non basta più?
«Perché la prima funzione storica dell’integrazione europea, la cura delle patologie, si è esaurita. Abbiamo esorcizzato i demoni del passato, la rivalità  tra Francia e Germania, le Guerre mondiali, le dittature del Sud (Grecia, Spagna e Portogallo) e il comunismo. Ora si tratta di andare avanti, o fermarci. La crisi della Grecia è lo snodo assoluto». 
Come procedere?
«Bisognerebbe dare alla costruzione europea la dimensione che finora non ha mai avuto, quella della solidarietà  e della redistribuzione delle risorse. Parlare di eurobond significa costruire un Welfare europeo. La previdenza sociale, che è stata il grande vettore della redistribuzione assieme all’imposta sul reddito nelle economie occidentali, considera che c’è un’uguaglianza di tutti davanti ai rischi e ai comportamenti. Oggi il grande dibattito è questo».
Propone un Welfare tra Stati proprio quando quelli nazionali sono in piena crisi?
«Questo è il paradosso, e la difficoltà . Ma a mio parere non c’è alternativa. L’Europa è chiamata a trasformarsi in un Welfare State proprio nel momento in cui nei singoli Paesi questa nozione è criticata, sia tecnicamente sia filosoficamente. Gli italiani del Nord non vogliono più pagare il Welfare per il Sud, e accade lo stesso a catalani e baschi nei confronti degli altri spagnoli, e tra fiamminghi e valloni. Come possiamo aspettarci per esempio che l’Italia sia attraversata da un sentimento di solidarietà  verso questa specie di super-Meridione che è oggi la Grecia? È questo il grande problema, e non lo lo si dice abbastanza».
Merkel sembra averlo capito.
«Ecco perché i tedeschi sono così cocciuti, sanno che si tratta di trasferire risorse dall’operaio della Ruhr al funzionario pubblico greco. Ma non c’è scelta».
Sul «Corriere» Gian Arturo Ferrari ha scritto che l’Europa sembra un’orchestra senza musica. André Glucksmann gli ha risposto che l’Europa può ritrovare la sua identità  comune nei valori dell’Illuminismo. Lei quale idea di Europa ha in mente?
«L’Europa potrebbe darsi la cultura comune dello sviluppo democratico. Un laboratorio sociale e istituzionale, che non si limiti alla democrazia come semplice momento elettorale. La Corte europea dei diritti dell’uomo andava già  in questo senso, è uno sviluppo democratico. Gli europei potrebbero tornare a sentirsi parte di qualcosa, insieme. Ma veniamo da decenni in cui ogni dimensione sociale è stata disintegrata». 
Per questo avanzano i populismi?
«Certo, non sono affatto stupito. Il populismo è una risposta perversa al problema della coesione. Invece di parlare di contratto sociale, di fiducia, i populisti di ogni Paese usano il linguaggio dell’omogeneità : noi contro di loro». 
Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schà¤uble, propone di eleggere un presidente europeo a suffragio universale.
«Non credo sia una buona idea. È il solito modo di rispondere con una sovrastruttura politica a un problema di infrastruttura della società ». 
Quindi che cosa consiglia, per esempio, a Franà§ois Hollande?
«Di spiegare ai cittadini che l’Europa è utile e produttiva, parlando di cultura politica dell’uguaglianza, di ricostruzione di una società  della fiducia, di mondo comune, di rispetto delle singolarità . Mi pare che mi abbia già  ascoltato, a giudicare dal programma. Vediamo se riuscirà  a metterlo in pratica».

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