Lo show delle Br: “È l’ora della violenza” applausi degli antagonisti, aula sgomberata

MILANO – Arriva da dietro le sbarre, nell’aula del processo d’appello alle nuove Brigate Rosse, la chiamata alla lotta armata e alla rivoluzione. «Questo è il momento buono» dice Alfredo Davanzo, uno dei dodici imputati, il presunto ideologo delle Nuove Br del Partito comunista politico militare, che secondo l’indagine avevano tra gli obiettivi anche il giuslavorista Pietro Ichino, prima di essere smantellate nel 2007 dall’operazione “Tramonto” del procuratore aggiunto Ilda Boccassini. «Viva la rivoluzione, avanti la rivoluzione. Questo è il momento buono» dice Davanzo ai giornalisti che gli chiedono delle pallottole di Genova, della gambizzazione di Roberto Adinolfi, l’ad di Ansaldo Nucleare definito «uno dei tanti stregoni dell’atomo» nella rivendicazione della Federazione anarchica informale. 
Davanzo è in carcere da cinque anni con altri sette imputati (gli altri sono ai domiciliari) nel nuovo processo d’appello, dopo che la Cassazione ha annullato il primo dal quale era uscito con una condanna a 11 anni e 4 mesi. Con lui ci sono Claudio Latino e Davide Bortolato (14 anni e 7 mesi in appello), considerati i capi delle cellule milanese e padovana. E ancora, Vincenzo Sisi (13 anni e 5 mesi), Bruno Ghirardi (10 anni e 10 mesi) Massimilano Toschi (10 anni e 8 mesi) e Massimilano Gaeta (8 anni). 
L’udienza inizia tra proclami rivoluzionari e pugni chiusi, chiamate alla rivoluzione violenta e la solidarietà  di una trentina di antagonisti del Gramigna di Padova e di altre realtà  occupate milanesi che prima hanno manifestato davanti al Palazzo di Giustizia. Il primo a prendere la parola è Sisi. «Solo con le armi si sovvertono i poteri, parlo come operaio comunista che ha preso le armi» dichiara. Poi annuncia di rinunciare alla difesa come «gesto politico». E quando tocca a Claudio Latino, il suo richiamo alla «necessità  della violenza» scatena i cori degli antagonisti presenti, che porteranno pochi minuti dopo allo sgombero dell’aula. «Noi non amiamo la violenza. Non abbiamo il gusto romantico della violenza – dice intanto Latino -. Noi consideriamo che la violenza è inevitabile e storicamente necessaria. Bisogna organizzare l’attacco, e devono scendere in campo le forze soggettive della rivoluzione proletaria. Noi dobbiamo dare obiettivi e forma alla lotta. Pensiamo che vada organizzata l’offensiva comunista che permetta di aprire la strada per la lotta al potere della classe operaia. Questa offensiva deve avere il carattere della propaganda armata». 
Un inno alla lotta armata che sembra precipitare dagli anni ’70 direttamente sulle ferite della crisi economica e delle tensioni sociali. «Propaganda», la bolla la presidente della corte, Anna Conforti, che decide di togliergli la parola, scatenando le proteste dei detenuti e del pubblico. Con undici antagonisti che restano in maglietta bianca, ognuna con una lettera rossa disegnata sopra così da formare la scritta solidarietà , tra cori e invocazioni di libertà  che portano all’interruzione del processo e allo sgombero dell’aula. Gli echi dei proclami terroristi arrivano fino a New York, dove si trova il ministro della Giustizia Paola Severino. «Non dobbiamo sottovalutare nessun segnale, quello che è successo è di assoluta gravità  – dice -. Incitare al terrorismo è un atto criminale gravissimo e dobbiamo esprimere il massimo dissenso, che deve arrivare da parte di tutti gli italiani. Confido che l’Italia saprà  reagire».


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