«O torni al lavoro o lo perdi» Il dramma dei coscritti

Ha colpito molto, e in profondo, questa ennesima scarica sismica. Almeno tre scosse intorno ai 5 gradi della scala Richter, proprio quando già  si pensava alla ricostruzione. 
È il caso di Finale Emilia, paese duramente colpito la settimana scorsa, il cui centro storico è sospeso in una calma irreale: dietro le transenne e i nastri le strade dalla piazza centrale al castello estense, di cui ormai resta poco più che un muro e tonnellate di detriti, sono percorse solo da polizia, protezione civile, vigili del fuoco. In realtà  proprio questa mattina le autorità  avevano iniziato a riaprire le strade principali del paese. Molti abitanti avevano già  cominciato a rientrare nelle case dichiarate agibili. Ma le due scosse di questa mattina hanno preso tutti di sorpresa.
Certamente i lavoratori delle aziende nei dintorni. Non è un mistero che in molti casi non gli fosse lasciata scelta: nonostante la paura, bisognava tornare al lavoro. «A mia figlia – racconta una signora incontrata al campo sportivo di Finale Emilia – hanno detto: o torni al lavoro oggi o lo perdi». Alcuni di quei lavoratori coscritti sono morti ieri in capannoni mal costruiti, che non si è avuto il coraggio di dichiarare inagibili in via precauzionale. 
Il sisma di oggi ha sorpreso anche gli operatori dei vigili del fuoco e della protezione civile sul campo.Eppure la diagnosi dei sismologi è stata chiara da subito: «Sciame sismico». Nel 1570 a Ferrara ne fu registrato uno che durò tre anni e alla fine lasciò semi-distrutta la città  estense e i suoi dintorni. 
Ora la domanda che si fanno gli abitanti della zona, angosciati, è quando finirà . «Il peggio è la paura – racconta Angelo, pasticciere – Ho fatto fatica a tornare a prendere gli occhiali che nella fretta avevo lasciato sul tavolo. Eravamo quasi tornati alla normalità ». Angelo, che adesso vive in una roulotte assegnatagli da una onlus, è preoccupato per il futuro: «Ho tre dipendenti, ma se continua così non so come farò a pagarli. E così fanno quattro famiglie rovinate». 
La maggior parte degli abitanti di Finale Emilia saltano da una casa di parenti o amici all’altra, o dormono in macchina. Nelle tende al campo sportivo si sono rifugiati prevalentemente famiglie di migranti della zona e non solo. «La cosa terribile – spiega Mauro con un mezzo sorriso – è che sto finendo i parenti e gli amici. Dovrei farmene degli altri, perché ormai hanno smesso di chiamarmi per offrire ospitalità ». 
Nel campo sportivo le tende blu creano un labirinto ordinato, qualcuno è già  in fila per un pasto, gli altri restano dentro, in silenzio. Nella struttura coperta del centro sportivo la situazione è caotica. Pigiami, pantofole, vecchi maglioni. Ai rifugiati non è stato consentito rientrare nemmeno per riempire uno zaino con qualche effetto personale. Troppo pericoloso. 
La signora Speranza, albanese da 18 anni in Italia, aspetta sotto la pioggia che anche sua figlia la raggiunga. Vivono fuori città , in un quartiere dove quasi tutti stanno dormendo in macchina. «Nessuno ci ha detto di andare via – racconta- ma chi ce l’ha il coraggio di dormire in casa?». Arriva una piccolissima scossa, l’ennesima, e Speranza sobbalza: «L’avete sentita? L’avete sentita? Ma quando finirà ?».
La risposta a questa domanda non ce l’ha nessuno. Nessuno si espone, per non replicare il disastro di L’Aquila, quando le vuote rassicurazioni di Bertolaso hanno portato tutti a sottovalutare i possibili rischi. L’impressione, avanzando a fatica nella campagna modenese, tra deviazioni improvvise e ulteriori scosse, così numerose che è ormai impossibile definirle «di assestamento», è che bisognerà  attrezzarsi per il lungo periodo. Poi ci sono anche le case crollate, lesionate, i centri storici feriti. Lavoro di ricognizione e ricostruzione che impegnerà  molto tempo e molte risorse. 
A San Felice sul Panaro prevale un misto di rabbia e sollievo. A pochi chilometri dal centro era infatti prevista da tempo la costruzione di un enorme impianto di stoccaggio sotterraneo, in grado di immagazzinare 3,2 miliardi di metri cubi di gas ad alta pressione, in un bacino roccioso a quasi tre chilometri di profondità . Il gas sarebbe stato pompato ad alta pressione in una cavità  rocciosa naturale, spingendo l’acqua presente nel bacino. L’opposizione dell’agguerrito comitato locale e i niet di Provincia e Comune hanno però rallentato, se non bloccato, l’operazione della Erg Rivara Storage: capitali italo-britannici per un progetto nato sulla convinzione che l’Emilia-Romagna non fosse zona sismica.In realtà  già  da prima che la Independent Resources proponesse il suo progetto, promettendo risorse e posti di lavoro, l’Istituto di Geofisica e Vulcanologia aveva modificato il livello di sismicità  della regione, accogliendo (in parte) una proposta di modifica della mappa sismica italiana nel cassetto da dieci anni. 
«Pensa a cosa poteva succedere se in quel bacino ci fosse già  stato il gas- si arrabbia Alvise Abbottoni del comitato NoGas- Adesso devono impedire anche le prospezioni esplorative, perché è chiaro come il sole che questa è una zona altamente sismica». Paolo Rebecchi, medico, è categorico: «Non ci possiamo permettere un impianto del genere, nemmeno l’odore. E faremo di tutto per evitare che qualcuno si avvicini con una sola trivella».


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