«Viviamo una nuova Babele» L’appello del Papa: serve verità 

CITTA’ DEL VATICANO — «Siamo tornati alla Babele», ha detto ieri Benedetto XVI. E per un Papa evocare la confusione delle lingue deve essere stato abbastanza doloroso. Lo si vedeva nel suo volto tirato che le vicende che lo hanno colpito direttamente nelle sue stanze, con l’arresto del «maggiordomo» Paolo Gabriele, hanno incrinato la sua serenità  tradizionale.
Concelebrava la messa della Pentecoste nella basilica di San Pietro con tutti i cardinali e i vescovi che vivono o sono di passaggio a Roma. Una presenza di prelati fra i quali il malumore su quanto sta avvenendo nel palazzo apostolico traspariva evidente anche nei loro volti.
Nell’omelia il Pontefice ha rilanciato la «perenne verità » del racconto biblico della Torre di Babele: «Assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi».
«Non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele — ha affermato —. È vero, abbiamo moltiplicato le possibilità  di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità  di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità , concordia?». «E come?», ha chiesto e si è chiesto l’anziano Pontefice indicando la risposta nella Pentecoste: «Una capacità  nuova di comunicare».
Ispirandosi a San Paolo, il Papa ha poi lanciato un messaggio che forse ha una doppia lettura, legata proprio alle vicende di questi giorni, se è vero che dietro ci sarebbero le buone intenzioni di alcuni, anche suoi onesti collaboratori, di fare «pulizia» attorno al Pontefice: «Non possiamo essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo».
L’ormai ottantacinquenne Pontefice ha lasciato la basilica fra gli applausi sorretto per scendere le scale da due cerimonieri e su una nuova predella mobile.
Da Genova contemporaneamente ha parlato con molto vigore il cardinale Angelo Bagnasco.
«Un’epoca è finita, l’ora della verità  è suonata»: un ammonimento da brividi ma estremamente realistico lanciato ieri dal santuario della Madonna della Guardia in occasione del pellegrinaggio del mondo del lavoro.
Si riferiva ovviamente alla situazione economica nazionale e internazionale ma è sembrato poterlo leggere anche come un’allusione alle vicende vaticane, visto che prima della messa non aveva esitato a commentare lo scandalo che colpisce il Palazzo apostolico.
«È una situazione che colpisce e addolora», ha dichiarato il presidente della Conferenza Episcopale invitando ad «avere fiducia mentre nelle debite forme e sedi si fa chiarezza». «Il male esiste nel cuore degli uomini» ma «la fiducia e la presenza del Signore non viene mai meno. Non viene mai meno la sua fedeltà  alla Santa Chiesa, all’uomo».
Il cardinale parlava certamente non solo a titolo personale. Ha ricevuto molte telefonate di confratelli del sacro collegio alla testa di altre Conferenze episcopali che si chiedono cosa stia succedendo in Vaticano. 
Alla celebrazione era presente Roberto Adinolfi, il manager dell’Ansaldo ferito il 7 maggio scorso in un attentato rivendicato dalla Federazione anarchica informale.


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