“I governi pensano solo all’austerità  ma così non si dà  speranza alla gente”

MONS – «In fondo siamo riusciti a trovare 800 miliardi per creare il fondo salva stati. Siamo riusciti a rimediare i capitali per salvare le nostre banche private. Era necessario, certo. Ma allora nessuno si è chiesto dove avremmo trovato i soldi e se fosse il caso di sborsarli. Ora che vogliamo spendere per gli investimenti strutturali e la ripresa economica, tutti a dire che non ci sono i fondi. E invece dobbiamo trovare anche questi. E’ fondamentale». Elio Di Rupo, il nuovo premier socialista belga nominato in dicembre dopo la più lunga crisi di governo (541 giorni) in uno stato democratico, ci riceve nella sua casa di Mons, la ex città  mineraria vallone dove i suoi genitori sono immigrati dall’Abruzzo nel ‘47. 
Nell’ingresso della “maisonnette”, senza sfarzi e apparentemente senza scorta, a due passi dal centro, troneggia un manifesto elettorale del partito socialista belga del ‘29. Che proclama: “Perché finisca il regno della finanza e trionfi il regime del lavoro”. «Potremmo ripubblicarlo oggi senza cambiare una virgola – commenta – in ottant’anni è cambiato tutto e non è cambiato nulla». 
Però forse in Europa qualcosa sta cambiando. L’elezione di Hollande apre nuove prospettive?
«L’elezione di Hollande cambia molto. In primo luogo il modo di vedere l’evoluzione del quadro politico ed economico. Per due anni i governi hanno pensato solo all’austerità . Ancora a dicembre, al mio primo vertice europeo come capo del governo belga, era solo quella la parola d’ordine. Ma già  al vertice di gennaio si cominciava a pensare come conciliare rigore finanziario e crescita economica. L’arrivo di Hollande accelererà  la riflessione su questo tema. Dobbiamo tornare a dare speranza alla gente. La speranza non ha prezzo». 
Lei è contro l’austerità ?
«C’è una differenza, che non è solo formale, tra il termine austerità  e il termine rigore. Io sono favorevole al rigore nei conti pubblici: abbiamo firmato il fiscal compact e lo rispetteremo. Ma l’austerità , se non è sostenibile, uccide la fiducia nel futuro. Commettiamo un errore capitale se permettiamo alla gente, e in particolare ai giovani, di disperarsi». 
Ma come si può evitare?
«L’ideologia conservatrice vorrebbe approfittare della crisi per smantellare lo stato sociale, considerato un onere inutile. Ma non è così. Il mio Paese, il Belgio, che ha uno dei sistemi sociali più sviluppati, ha affrontato la crisi meglio di altri nonostante abbia dovuto sobbarcarsi il salvataggio di banche molto grandi, da Fortis a Dexia. Grazie all’esistenza di un volano sociale, oggi siamo un dei pochi Paesi europei che non è in recessione e non conosce i drammi che stanno vivendo la Grecia, la Spagna o l’Italia». 
E allora che cosa si deve fare?
«La ricetta è già  in gran parte contenuta nella strategia “Europa 2020” che era stata proposta dalla Commissione e approvata dai governi un anno fa. Investire dell’istruzione, nella ricerca, nell’ambiente e nelle reti per le energie alternative, come l’eolico. Sviluppare e completare il mercato interno a cominciare dalla creazione di un brevetto europeo. Ricapitalizzare la Banca europea degli investimenti. Sono favorevole ai project bond per finanziare investimenti produttivi. E anche agli euro-bond per la comunitarizzazione di una parte del debito. E’ tutto già  scritto. Adesso dobbiamo trovare la forza di metterlo in pratica». 
E’ anche lei favorevole a rinegoziare il fiscal compact?
«Non si tratta di rinegoziarlo, ma di integrarlo con un documento che affronti il problema della crescita fissando una serie di parametri verificabili e vincolanti, e di strumenti comuni» 
Dalla Grecia alla Germania, dall’Italia alla Francia, le ultime elezioni hanno segnato una ripresa delle sinistre e una crisi delle destre. Crede davvero che sia la fine di un ciclo politico?
«In politica ho da tempo perso il vizio di fare pronostici. Al di là  di uno scontento di fondo, che è chiaro e comprensibile, credo che le elezioni abbiano risposto soprattutto a fattori nazionali. In Italia, per esempio, a un certo punto si era creata una situazione intollerabile» 
E con Monti, invece, si trova in sintonia?
«Conosco Mario Monti e ho grande rispetto per lui, anche se abbiamo idee diverse. Del resto bisogna pensare all’eredità  che si è trovato. Il Paese aveva bisogno di essere seriamente ripreso in mano. In questo è straordinario il ruolo che ha avuto il vostro presidente Napolitano». 
Ultima questione: la Grecia. Crede che dovrà  uscire dall’euro?
«Sinceramente, non lo so. La decisione spetta ai greci. Aspettiamo che ci sia un governo. Ma chi parla con tanta leggerezza di una uscita della Grecia dall’unione monetaria fa un errore. In Europa siamo tutti molto più interdipendenti di quanto si immagini. Quel che succede ad Atene avrà  ripercussioni su tutti, e in particolare sulle banche tedesche e francesi».


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