“La mafia può tornare a fare stragi su Falcone e Borsellino emerga la verità ”

PALERMO – Possono colpire ancora, con le bombe, con le stragi. Come a Capaci e via d’Amelio. E come a Brindisi, pochi giorni fa. Scatta l’allarme terrorismo mafioso, al massimo livello possibile. Lo lancia il presidente della Repubblica, che sceglie il luogo più altamente simbolico: l’aula bunker di Palermo, nel ventennale delle stragi Falcone e Borsellino. La criminalità  organizzata, avverte e mette in guardia dunque il capo dello Stato, può «anche oggi tentare feroci ritorni alla violenza di stampo stragista e terroristico, non possiamo escluderlo». A quali minacce, a quali cupi rischi si riferisce il presidente della Repubblica? In primo luogo all’attentato di Brindisi, per il quale chiede con forza un «sollecito», un «serio» svolgimento delle indagini sulla «oscura» azione criminale per ricavarne «elementi concreti di valutazione». Ma il passaggio stesso dell’inchiesta dalla procura di Brindisi alla procura antimafia di Lecce, e quindi il fatto che si stia procedendo per il reato di strage, spinge Napolitano a inquadrarlo come un attacco stesso al cuore della democrazia. Una cosa è certa, assicura il capo dello Stato nell’aula del maxiprocesso davanti ai familiari di Falcone e Borsellino, alle compagne di Melissa, alle centinaia di ragazzi arrivati con le navi della legalità , ai magistrati di Palermo, «questi nemici del consorzio civile, di ogni regola di semplice umanità  avranno la risposta che si meritano. La pagheranno, saranno assicurati alla giustizia».
E no, non è vero, come ha scritto qualcuno ancora alla vigilia di questa immensa mobilitazione che ha invaso la città  sotto una pioggia battente, che «l’Italia, la Sicilia, Palermo sono sempre uguali a se stessi». Stanno lì a dimostrarlo il risveglio delle coscienze e dell’impegno, e qui il presidente si commuove, e la lunga lista di latitanti finiti dietro le sbarre, «tutti i capi sono stati arrestati, tranne uno» (il riferimento è a Matteo Messina Denaro). In questo senso si può dire che Falcone e Borsellino hanno vinto. Ma non bisogna nasconderci «la gravità » di alcuni errori giudiziari: pesante arriva il giudizio del capo dello Stato sui depistaggi che hanno inquinato l’inchiesta su via D’Amelio. Chiede la verità  sulla trattativa fra lo Stato e la mafia, vuole che vengano «affrontate e dipanate le ipotesi più gravi e delicate di impropri o perversi rapporti tra rappresentanti dello Stato ed esponenti mafiosi». Cita ed elogia, in questo senso, il metodo di lavoro del procuratore della Repubblica di Caltanissetta Lari, contrapposto indirettamente alla linea di alcuni pm di Palermo che con i colleghi della vicina procura sono entrati in polemica. Per chiarire il grande mistero della trattativa, secondo l’insegnamento che lo stesso Giovanni Falcone ha lasciato, servono però «verità  rigorosamente accertate e non schemi precostituiti». Via le ombre allora sulla morte di Borsellino, senza riguardi per nessuno. Come chiede Monti, anche lui a Palermo prima di volare a Bruxelles, «l’unica ragion di Stato è la verità ». 
A preoccupare il Colle è quel che sta accadendo nel nostro paese, la situazione generale, economica e politica, il corto circuito della crisi che crea violenza come è accaduto a Genova con la gambizzazione del manager dell’Ansaldo. Dal direttore dell’Aisi Giorgio Piccirillo arriva, quasi in contemporanea, l’allarme per una possibile escalation dell’offensiva armata degli anarchici insurrezionalisti. Gli obiettivi sarebbero molteplici: «Interessi greci in Italia e italiani in Grecia, Finmeccanica, forze armate, banche, ed enti economici».
Un clima maledettamente simile alla stagione del terrore del ’92, in cui – ricorda il capo dello Stato – si mescolarono attacco criminale, dissesto finanziario e crisi della politica. La riforma elettorale del ’93 pose le basi per frenare la corsa verso il baratro ma tanti altri passaggi sulla via del rinnovamento rimasero bloccati. «Non possiamo ripetere errori del genere. Una riforma elettorale e l’avvio finalmente di incisive riforme sono indispensabili per riguadagnare la fiducia dei cittadini». Il paese ce la può fare, non possiamo abbandonarci a «giudizi distruttivi e liquidatori».


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