Scossone in Telecom, Luciani in uscita

MILANO – Luca Luciani fa un passo indietro da Tim Brasil in vista del possibile rinvio a giudizio nell’inchiesta del pm milanese Alfredo Robledo sulle sim card false. Il manager italiano, che da fine 2008 è alla guida della divisione carioca e che ha risollevato il gruppo dopo la problematica gestione di Mario Cesar Araujo, ha ricevuto la notifica della chiusura indagini nel quale è ipotizzato il reato di ostacolo alle autorità  di vigilanza. Luciani insieme a Riccardo Ruggiero e Massimo Castelli, nel periodo 2005-2007, avrebbe organizzato un artificio tecnico-contabile per «incrementare fittiziamente il volume della clientela tramite una procedura consistita nel mantenere attive schede sim di immediata e prossima scadenza» (in realtà  da disattivare in virtù della decorrenza dei tredici mesi dall’ultima ricarica di ciascuna di esse). L’operazione sarebbe avvenuta «a mezzo di un accreditamento fittizio su ciascuna sim della somma di un centesimo». Questo per quanto riguarda l’Italia. Ma a sorpresa il cda di Telecom si è riunito mercoledì sera per valutare la posizione di Luciani anche in relazione a due audit interne che riguardano la sua attività  in Brasile. Lo stesso meccanismo di pompaggio artificioso delle sim card potrebbe essere stato replicato nel mercato sudamericano dove i clienti attivi (più di 64 milioni quelli dichiarati nel 2011) sarebbero oggi sopravvalutati di un 20%. Inoltre i revisori interni della Telecom avrebbero messo nel mirino alcune forniture effettuate senza gara dal responsabile della rete nella società  carioca Luigi Cardone che dipende da Luciani.
Secondo ricostruzioni attendibili la decisione sull’uscita di Luciani nel cda di mercoledì sera sarebbe stata presa a maggioranza, con il voto contrario del rappresentante di Generali Aldo Minucci. Il responsabile risorse umane Antonio Migliardi sarebbe poi volato in Brasile per concordare con Luciani un’uscita consensuale i cui termini si starebbero definendo in queste ore. A Luciani dovrebbe subentrare Andrea Mangoni, direttore finanziario di Telecom e uomo di fiducia del presidente Franco Bernabè, che però assumerebbe l’incarico ad interim. La notizia che è iniziata a circolare quando Piazza Affari era già  chiusa, ha fatto tremare Tim Partecipacoes, quotata alla Borsa di San Paolo, che è arrivata a perdere fino al 7% con volumi record. 
Passando invece ai piani alti di Telecom, ieri i soci forti della holding Telco hanno dato la loro disponibilità  a iniettare nuove risorse nella finanziaria che controlla il 22,4% di Telecom, attraverso una ricapitalizzazione da 600 milioni e un bond da 1,75 miliardi. Telefonica (socia al 46,2%) dovrà  scucire 280 milioni per l’aumento e circa 800 milioni per la nuova obbligazione, Generali (30,2%) sottoscriverà  180 milioni di ricapitalizzazione e circa 530 milioni di bond, mentre Intesa (11,6%) e Mediobanca (11,6%) si faranno entrambe carico di 70 milioni di aumento, 200 milioni di bond e di una bella fetta degli 1,05 miliardi di crediti che sono stati appena concessi a Telco. In questo modo il debito scenderà  da 3,4 a 2,6 miliardi e sarà  coperto dai 130 milioni di cedola che Telecom si appresta a pagare. La finanziaria ha inoltre nuovamente svalutato il suo pacchetto di azioni per circa 900 milioni abbassando a 1,5 euro il valore di carico.


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