Siria, attacco agli osservatori Onu il convoglio colpito da una bomba

HOMS – Nella capitale della rivolta la linea del fuoco spezza in due il cuore della città . Alle porte di Dera’a un ordigno artigianale esplode al passaggio di un convoglio degli osservatori dell’Onu su cui viaggia il comandante della missione, il generale Robert Mood. Otto militari dell’esercito siriano, su un camion di scorta, vengono leggermente feriti. E’ l’ennesimo attacco alla tregua, ma stavolta nel mirino sembrano essere i “caschi blu”, gli uomini mandanti dalla comunità  internazionale a verificare la possibilità  che la rivolta esplosa 14 mesi fa in Siria, ormai sull’orlo di una guerra civile guerreggiata, possa ancora piegare verso una soluzione pacifica.
I nemici della tregua avrebbero certamente potuto impiegare mezzi ben più potenti della bomba rudimentale piazzata ai margini del raccordo che, lasciata l’autostrada per Damasco, conduce alle porte di Dera’a. Ma quello che conta è il tempo in cui è stato deciso di lanciare l’avvertimento: la quasi perfetta sincronia con il passaggio del convoglio delle Nazioni Unite, partito dalla capitale siriana per uno dei tanti sopralluoghi che vengon fatti giornalmente nelle varie città -crateri della rivolta. Un’operazione di routine sotto agli occhi di Robert Mood, il comandante del contingente, e di un gruppo di giornalisti cui il piano di pace proposto da Kofi Anan ha voluto garantire l’accesso.
E’ dopo che il convoglio ha oltrepassato il camion dell’esercito siriano che avviene l’esplosione. La fiancata del mezzo viene investita dalle schegge, ma le auto degli osservatori e quelle dei corrispondenti vengono soltanto sfiorate dall’onda d’urto. Proprio ieri, lo stesso mediatore Kofi Annan aveva sollevato dubbi sulla tenuta della tregua da lui stesso voluta. Ci si interroga su chi fosse il vero obiettivo dell’attentato, perché sul fatto che il camion siriano scortasse il convoglio c’è chi nutre qualche dubbio. Ma il generale Mood sembra per nulla turbato da questo episodio: «La cosa più importante non è stabilire chi fosse l’obbiettivo ma affermare che questo è ciò che vive ogni giorno il popolo siriano. E bisogna porvi fine».
D’altronde basta vedere Homs, la città  che le autorità  di Damasco pretendono di aver normalizzato dopo mesi di battaglie furibonde e di bombardamenti pesanti, per capire quanto ardua sia la missione degli osservatori delle Nazioni Unite. Se all’inizio dell’anno il fronte passava per i quartieri periferici, oggi il centro politico ed economico è il fotogramma bloccato di un città  fantasma. La piazza principale, con il grande orologio fermo alle 12 di chissà  quale giorno, deserta. Municipio e Governatorato sbarrati da fortificazioni da cui emergono le sagome di uomini armati. Negozi chiusi, o saccheggiati. I marciapiedi ricoperti da un tappeto scricchiolante di vetri in frantumi. E lì, nel buio androne del ristorante Sky View, il comando delle forze di polizia che, dopo l’approvazione del piano di pace di Kofi Annan, hanno sostituito l’esercito. Dunque, niente mezzi pesanti, è pronto a giurare il comandante. Niente artiglieria contro gli insorti. Eppure «la situazione – dice – è sotto controllo».
Però, neppure rasente ai muri ci si può allungare sul grande viale che conduce al quartiere di Kaldyeh, da dove giunge l’eco ininterrotta degli spari. Né si può pensare di sterzare verso la città  vecchia, o l’adiacente quartiere di Amidyeh, dove alla fine di gennaio siamo potuti arrivare per parlare con i cristiani che vi abitano da secoli. O per meglio dire, vi abitavano, perché secondo un agente delle forze di sicurezza, «il 90 per cento dei cristiani di Amidyeh sono fuggiti».
Tuttavia, la migrazione interna, effetto indotto della quasi-guerra-civile siriana, non riguarda soltanto i cristiani ma anche e soprattutto i sunniti, considerati il serbatoio della rivolta. Abd el Jalib, 40 anni, una famiglia di dieci persone da sfamare con le misere entrate di un commercio di frutta e verdura esposte sul marciapiede, vive in una traversa a non più di 200 metri dalla piazza centrale. Viene da Bab Dreb, un quartiere colpito duramente, la sua casa, 5 mesi fa è stata distrutta e lui e i suoi hanno trovato posto in un appartamento del centro da dove, a sua volta, con l’avvicinarsi del fronte, era fuggita un’altra famiglia. Il turnover della disperazione.
Lui ci aspetta lì, sulla soglia di casa, circondato dai figli più piccoli, con l’orecchio teso ai suoni dello scontro e lo sguardo alla sua povera mercanzia (cipolle, patate, qualche pomodoro sfatto). Come va la vita? “Ringraziamo Iddio”. Ma riesce a vendere qualcosa in questo deserto? “Si vende poco”. Potete uscire di casa? “No”. I bambini, a scuola? “Le scuole sono chiuse”. Un collega chiede se ha mai visto carri armati da queste parti (vale a dire i mezzi corazzati che il piano di Kofi Annan impone al regime di ritirare dalle zone abitate)? «Sono passati da quella strada 3 o 4 giorni fa. Tremava tutto». 
E’ difficile dire che ne sarebbe del fragile immobilismo della tregua se non ci fossero i caschi blu. Ma forse la risposta è qui, a Baba Amro, il quartiere-martire teatro della sanguinosa battaglia di gennaio-febbraio durata sei settimane e conclusasi con il ritiro della guerriglia. Passare per Baba Amro è come attraversare un cimitero di macerie. Nessuna edificio affacciato sul vialone che l’attraversa è rimasto immune dal fuoco dell’artiglieria. Molte palazzine sono annerite dal fuoco degli incendi. La cupola della Moschea è stata sfondata. Rare figure, soprattutto femminili, punteggiano quà  e là  questa quinta di distruzione. Un gruppo di operai lavora a liberare una fognatura. Ma nessuno vuole parlare. “Siamo soltanto operai. Andate via”!


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