Va in liquidazione Richard Ginori 277 anni di storia della porcellana
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MILANO – Fragile come le sue porcellane, in crisi da anni, Richard Ginori è un pezzo dell’industria italiana che si sgretola a e che sarà ceduta al miglior offerente. L’assemblea della società chiamata ad approvare il bilancio 2011 e un aumento per ricostituire il capitale eroso dalle perdite, di fronte all’impossibilità di trovare un investitore pronto a dare credito al gruppo, è stata messa in liquidazione. Richard Ginori è una delle società più antiche di Piazza Affari, un marchio famoso nel mondo e presente nei musei e nelle case di tanti italiani, che ora sarà smembrata, con gravi rischi per l’occupazione e per la continuità aziendale.
Nata nel 1735 vicino a Firenze, dove ha ancora sede nell’insediamento di Doccia (Sesto Fiorentino), l’azienda negli ultimi anni ha cambiato più volte gestione e proprietà , senza riuscire a risollevare le sue sorti. Nonostante l’ultimo taglio dei costi e la scelta di posizionarsi da una parte sull’alto di gamma e dall’altra di lanciare prodotti dal gusto più contemporaneo, a fine 2011 il gruppo continuava ad avere ingenti debiti e perdite fuori misura. Per ogni euro di fatturato Ginori ne perde 0,79: il bilancio approvato ieri dall’assemblea fotografa un 2011 che si è chiuso con ricavi in aumento a 43,9 milioni (dai 35,4 del 2010) ma con un rosso quadruplicato a 37,8 milioni (dai 9 milioni perdita del 2010). E così il patrimonio del gruppo è diventato negativo per 26,8 milioni, e tenendo anche conto dei debiti (sfiorano quota 15 milioni), a stento si compre il valore dell’attivo (sceso a 45,4 milioni).
Di fronte a questi risultati e in un contesto di forte criticità , l’attuale azionista Roberto Villa mesi fa aveva alzato bandiera bianca, andando alla ricerca di un potenziale acquirente, che dato il periodo critico non si è mai palesato. La società aveva mosso le sue carte anche sul territorio, coinvolgendo la Regione Toscana e il ministero dello sviluppo per ricevere degli aiuti. Pur di salvarsi Richard Ginori aveva anche dato mandato di vendere all’asta la sua collezione di porcellane antiche e perfino la sede del museo, ma non c’è stato tempo a sufficienza per portare avanti queste dismissioni. E anche le Coop sul territorio avevano dato il loro contributo all’azienda, lanciando le raccolte punti sulla spesa per collezionare i serviti di piatti Ginori, manovra che è servita a rilanciare i ricavi ma non a salvare i conti della società
Villa, che attraverso Starfin controlla il 34,8% della società , in cinque anni ha iniettato circa 38 milioni nel gruppo, ora non aveva più risorse da profondere. Così l’azionista ha fatto un passo indietro ritagliandosi un piccolo ruolo nel processo di vendita, dato che sarà uno dei tre liquidatori del gruppo. Insieme a Villa, che peraltro ha rinunciato allo stipendio da liquidatore sono stati nominati Marco Milanesio (presidente) e Nicola Lattanzi. Alle porcellane inglesi questo non sarebbe probabilmente mai successo, e invece un marchio prestigioso come Richard Ginori chiude e non si sa cosa ne sarà del brand e dello stabilimento che a fine anno dava lavoro a 366 persone. Pensare che negli anni Venti, quando la creatività dei servizi Ginori era affidata a Giò Ponti, lo stabilimento di Doccia superava i 2mila lavoratori e aveva 40 forni attivi.
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