Come tassare le borse tra Tobin e Barroso

Per attac, che pure puntava a un più alto saggio di imposizione dello 0,5 per cento, l’obiettivo minimo è la proposta della commissione europea, che prevede un tasso dello 0,1 per cento per le azioni e le obbligazioni (un millesimo del valore), e dello 0,01 (un decimillesimo) sui derivati, con un gettito stimato attorno ai 57 miliardi di euro all’anno, se fosse estesa a tutta l’Unione. L’imposta si applicherebbe a persone e società  che acquistino titoli secondo il loro paese di residenza, indipendententemente da dove avvengano le transazioni. 
Le più note proposte di tassare le transazioni finanziarie risalgono a John Maynard Keynes, che nel 1936 suggerì di scoraggiare per questa via speculazioni di breve termine sulle azioni delle imprese, e a James Tobin, che nel 1972 puntava invece a imbrigliare gli attacchi speculativi ai rapporti di cambio tra le monete – all’ordine del giorno dopo la rinuncia all’ancoraggio all’oro – con un’imposta globale sulla compravendita di divise.
L’idea di Tobin venne ripresa e sviluppata nel 1997 da Ignacio Ramonet in un articolo su Le Monde diplomatique, che portò alla fondazione di attac (association pour la taxation des transactions financières et pour l’action citoyenn). La «Tobin tax» divenne la bandiera dei critici della globalizzazione neoliberista. L’anziano Tobin si seccò per l’uso antisistema del suo nome, anche perché qualcuno tendeva a interpretare la tassa come panacea universale, una «Robin Hood tax», col cui gettito si sarebbe potuto combattere il sottosviluppo e salvare l’ambiente. Nel settembre 2001, sei mesi prima di morire, Tobin dichiarò allo Spiegel: «Sono un sostenitore del libero mercato. Sono a favore del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale (…), insomma di tutto ciò che non piace a questo movimento. Abusano del mio nome».
Eppure, se non altro perché il termine «Tobin tax» è breve, riemerge sempre quando si parla di imposte sulle transazioni finanziarie. Anche noi l’abbiamo usato nel titolo sull’accordo in Germania tra Merkel e l’opposizione. Più precisamente avremmo dovuto parlare di European Union financial transaction tax, in sigla Ue Ftt, proposta che Jose Barroso ha presentato il 28 settembre 2011 «per far sì che anche il settore finanziario contribuisca ai costi della crisi». Fino a allora, proseguì il presidente della commissione europea, il sostegno alle banche era già  costato all’Europa 4.600 miliardi di euro tra aiuti e garanzie.
Molti governi applaudirono, assicurando che avrebbero introdotto l’imposta non appena tutti gli altri lo avessero fatto. Ma siccome alcuni, capeggiati da Gran Bretagna e Svezia, erano contrari, la discussione si è presto bloccata. Finché a marzo novi ministri delle finanze hanno scritto alla loro collega danese, presidente di turno, che intendevano procedere. C’erano le firme del tedesco Schà¤uble, del francese Baroin, dei colleghi di Austria, Belgio, Finlandia, Grecia, Portogallo, Spagna. Per l’Italia la firma di Mario Monti, che ha anche il portafoglio dell’economia, e che ha studiato con Tobin all’università  di Yale. 
Nove è il numero minimo per procedere con la «cooperazione rafforzata». Senonché a Berlino i liberali puntavano i piedi. Fino a giovedì 8, quando Schà¤uble si è imposto.


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