Da Byron a Foscolo, quando l’Europa romantica lottava (e moriva) per l’indipendenza di Atene

Il più struggente è Eugène Delacroix, il pittore che fu il leader della scuola romantica francese: i suoi dipinti più ammirati e amati in assoluto sono «La Grecia sulle rovine di Messolonghi» (1826) e il «Massacro di Chios» (1824).
Ma non ci sono solo Lord Byron e Delacroix a contendersi il cuore di un intero Paese negli anni frenetici ed esaltanti della conquista della libertà . Ah, quanto genuino trasporto europeo e quanta passione romantica, all’inizio dell’800, per la Grecia, considerata non soltanto un Paese con una storia grandiosa, ma un prezioso e irrinunciabile valore collettivo! Soprattutto vi erano calore e partecipazione alla sua lotta per conquistare finalmente l’indipendenza, liberandosi dall’occupante turco che aveva obbligato la culla del pensiero classico, della filosofia, della scienza a sopportare i ceppi dell’oppressione ottomana. Il movimento filellenico, guida di una rivolta ideale, fu infatti l’elisir politico che attraversò quasi l’intera Europa, esaltata dalla rivoluzione napoleonica e assetata di grandi ideali e di nuovi equilibri. 
È interessante e curioso, per esempio, che in quegli anni di travolgenti e contagiose passioni, si sia stretto un roccioso legame di fratellanza (che poi resisterà  a prove assai più ardue nel secolo successivo, con la guerra insensata e fatale di Mussolini) tra la Grecia e l’Italia, unite entrambe da pulsioni indipendentiste e dal desiderio di creare una sorta di alleanza mediterranea. Quell’alleanza di cui sentiamo la lancinante mancanza oggi, con il predominio degli interessi del Nord Europa, convinto d’essere il baricentro, quindi l’esclusivo cuore pulsante dell’Unione.
Un uomo, un piemontese, un nobile italiano, diventato una bandiera di quel momento storico, il conte Santorre De’ Rossi di Santarosa, cadde in Grecia combattendo, armi in pugno, per la libertà  del Paese che era andato generosamente a soccorrere, e per cementare i primi vagiti del nostro Risorgimento. Lo ammazzarono sull’isola di Sfacteria, non lontano da Navarrino. Forse — così almeno raccontano i reporter dell’epoca — i vincitori ottomani lo avrebbero risparmiato se ne avessero avuto dei vantaggi. Ma il conte non era benestante. L’unica ricchezza erano il suo cuore e il suo coraggio di combattente e di resistente. 
Santarosa, troppo spesso dimenticato, rappresenta in sostanza la presenza italiana all’interno di quella comunità  liberale che riconosceva alla Grecia un ruolo essenziale per la cultura europea. Nasce così il filoellenismo, che si nutre della straordinaria influenza di un mondo intellettuale e borghese che non vede l’ora di mobilitarsi per sostenere una causa nobile. All’inizio dell’800, e precisamente nel 1819, uno dei massimi poeti italiani, Ugo Foscolo, diventò autorevole portavoce delle aspirazioni greche. La madre di Foscolo era greca, la terra e il mare che amava erano quelli della sua piccola Zante. Tuttavia, al di là  dell’appartenenza familiare, vi era nel poeta, già  celeberrimo nei salotti di tutta Europa, il desiderio di lasciare il suo sigillo nel corpo fragile di una causa giusta. A Milano, Venezia, Torino, Genova, Parigi e Londra i suoi straordinari Sepolcri, pubblicati in una prima edizione di 102 copie dall’editore-stampatore Nicolò Bettoni di Brescia, gli avevano assicurato una fama che diventerà  quasi immortale. La produzione del poeta, assai contenuta rispetto agli altri grandi della letteratura italiana, era la preziosa dote della grandezza dell’autore. Estroverso, passionale, travolgente, infantile, a volte rancoroso, soprattutto nei confronti dell’uomo che in tante occasioni l’aveva trattato con affetto e comprensione quasi filiale: Vincenzo Monti.
Foscolo, da un episodio apparentemente marginale, cioè un cinico scambio, come spesso è accaduto nella storia, si schiera senza se e senza ma a fianco della Grecia. L’episodio è la cessione ai turchi, da parte degli inglesi, del villaggio di Parga, per ottenere come contropartita il protettorato delle isole dello Ionio. Foscolo, che adorava la sua terra materna, scrisse allora un duro ma colto e appassionato articolo sulla Edinburgh Review, confutando, punto per punto, la decisione di Londra, e trasformando Parga, villaggio frontaliero di dubbia fama (secondo i britannici) in una avanzata diga occidentale contro lo strapotere imperiale ottomano. In realtà , più che il contenuto, è rilevante un dettaglio: che in quel clima intellettuale davvero cosmopolita, un italiano si occupasse della causa greca scrivendo con competenza e prestigio su una rivista inglese.
In una prestigiosa e recente pubblicazione sul blog «La Storia contemporanea», si attinge ad una fonte assai importante. Si tratta del Risorgimento in esilio, a cura del professor Maurizio Isabella, tra i maggiori storici internazionali. Nel testo si parla con documentata profondità  del dissidio dell’epoca fra filelleni italiani e inglesi, riguardo — ci risiamo — «alla gestione del denaro raccolto dal London Greek Committee a favore dei greci». Infatti, da un lato vi sono i leader inglesi, dall’altro gli italiani: «I primi — scrive Storia contemporanea — puntano a far sì che il denaro venga gestito direttamente dal Comitato, non fidandosi dell’uso che ne avrebbero fatto i greci. I quali invece, secondo gli italiani, dovevano gestire direttamente i fondi». In sostanza, «dietro lo scontro vi è l’obiettivo degli italiani di veder nascere un governo greco forte e indipendente; per gli inglesi, invece, la questione dell’indipendenza era assolutamente secondaria. Lo scopo era che in Grecia si affermassero i diritti civili». 
Eppure, nonostante queste divergenze, è stato proprio un inglese a legare la sua vita e il suo destino all’indipendenza greca. Proprio quel Lord Byron, che fu celebrato in vita per i suoi eccessi (enormi debiti, storie d’amore travolgenti, scandali) ma anche per la sua incontenibile generosità . Morì durante la battaglia di Missolungi. Non colpito dal fuoco nemico ma da una malattia. Un’infezione fatale. Se ne andò giovanissimo, a 36 anni, come tanti eroi. Il suo nome è stato scolpito nel marmo, assieme a tutti coloro che contribuirono alla guerra per l’Indipendenza greca. È la lista di filelleni che il Museo storico di Atene mostra con fierezza ai visitatori. Oggi, in uno dei momenti più difficili della storia del Paese, la Grecia corre però un rischio serio, quello di dividere l’intero universo del 2012 in due squadre: filelleni e antielleni. Il significato è evidente: amici o nemici. Il sottinteso è altrettanto chiaro: chi ci critica duramente è un nemico. Come se tutte le ragioni fossero di Atene, e tutti i torti degli altri.


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