Egitto, i generali: “Pronti a usare la forza”

IL CAIRO â€” Piazza Tahrir non accenna a svuotarsi mentre cala la notte del Cairo. Ad occuparla sin dal primo mattino non sono stati i giovani blogger, i vecchi liberali usciti dalle prigioni di Mubarak, i cristiani assediati, gli studenti destinati alla disoccupazione che hanno dato inizio alla rivolta, ma decine di migliaia di islamisti, con le loro tuniche bianche e marrone lunghe fino ai piedi e le barbe rituali, i quali, dopo essere usciti trionfalmente dalle elezioni generali dello scorso autunno-inverno, rivendicano d’aver vinto, con il loro candidato, lo sbiadito Mohammed Morsi, anche le elezioni presidenziali. Ma temendo, non senza ragione, una manovra da parte della Giunta militare per escluderli completamente dal potere, hanno deciso di tornare nel luogo dove tutto ebbe inizio quasi 17 mesi fa al grido “Morsi Raìs”, Morsi Presidente.
Così, il simbolo ritrovato di una rivoluzione forse con troppi padroni, ha vissuto ieri un’alta giornata storica, segnata dal braccio di ferro tra i due poteri reali che si contendono il nuovo Egitto: gli islamisti, raccolti nel partito Libertà  e Giustizia, emanazione dei Fratelli musulmani, e nel partito al Nour espressione della componente ancora più ortodossa dei salafiti, da un lato, e le Forze Armate, con il loro indubbio radicamento nel Paese e la loro considerevole forza economica, dall’altro. Un braccio di ferro che sembrava poter degenerare in un confronto aperto, dalle conseguenze imprevedibili, quando, di prima mattina, la giunta militare ha affidato alla Tv di Stato un minaccioso avvertimento: «Rispettiamo il diritto alla protesta ma non saranno tollerati disordini». E se il Paese e la sua stabilità  dovessero essere messi in pericolo «non esiteremo ad usare forza e fermezza». Parole lette alla tv da una voce fuori campo, quasi a voler acuire il timore.
Diciamo subito che, anche se c’erano tutti gli ingredienti, la prova di forza non c’è stata. Una delle rivendicazioni principali avanzate dalla Fratellanza era che la Commissione elettorale rendesse subito noti i risultati delle presidenziali che avevano visto in campo, oltre a Morsi, l’ex premier Ahmed Shafik, l’ultimo primo ministro nominato da Mubarak, un uomo del vecchio regime, ovviamente gradito ai militari e non soltanto ai militari. Strane
voci erano corse a gonfiare i timori che la conta dei voti potesse essere manipolata. E nel frattempo i due contendenti si erano proclamati, rispettivamente, vincitori. Ebbene, in serata la tv di Stato, ha annunciato che il risultato delle presidenziali, atteso entro domenica, sarà  reso pubblico oggi. Ma il popolo degli islamisti, pacifico e diffidente al tempo stesso, non ha mollato il suo presidio.
Gli slogan, le immagini, e persino i pensieri dei manifestanti
espressi nella momentanea rilassatezza all’ombra di un albero, mentre tutt’attorno bruciava la canicola, o nei lunghi conciliaboli nella frescura notturna, rivelano l’esistenza di questo scontro sotterraneo. «Basta con la Giunta. Abbasso il governo dei militari», grida un drappello di operai venuti da Alessandria, sventolando la bandiera nazionale e impugnando i cartelli dove il generale Mohammed Hussein Tantawi, il comandante supremo dell’esercito
è raffigurato come un galeotto dietro alle sbarre di una cella.
«Io non avrei bisogno di venire qui a protestare — dice Ismail Safwat, pilota di una compagnia aerea privata di Dubai — , sto bene, non mi manca niente. Sono qui solo per essere vicino ai miei fratelli che chiedono libertà ». Ismail mi mostra il tesserino della compagnia, con la data di nascita: «Ho 32 anni. Sono nato e vissuto sotto il regime. Ma adesso che sembrava tutto finito mi sento preso in giro». Disteso sotto l’albero, a pochi passi dal Museo Nazionale, c’è anche Hamdin, uno zio di Ismail, “insegnante e contabile” di un collegio islamico. «Quello che sta succedendo ha un nome preciso — dice in un ottimo inglese — : controrivoluzione. Allora, c’è soltanto un modo per evitarla. La transizione immediata del potere dalle mani dei militari ad un governo civile. Per quanto mi riguarda non me ne andrò da questa piazza se la giunta non farà  questo passo».
Forse intuendo questi stati d’animo, i militari hanno deciso di lanciare il loro avvertimento. Ma la replica di Mohammed Morsi è stata la vera sorpresa. Un capolavoro di diplomazia. Il candidatopresidente della Fratellanza ha scelto di attenuare i toni, definendo i militari “figli” e “patrioti”, ma dietro le quinte cercando di trascinare con sé altri oppositori.


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